Nel C.A.M.Po di Mariella Poli, c’è un Salice Piangente. Le chiome toccano terra, entrarci sotto è come violare il segreto del posto. Le presentazioni delle mostre di Mariella si fanno dall’altra parte del giardino, ma l’occhio è attratto da quell’albero che cresce bene perché tutto intorno e sotto il campo c’è molta acqua, l’acqua dei canali del Padule di Pietrasanta.

Quel salice è stato colpito da un fulmine estivo, durante una notte che ha visto cadere dal cielo acqua e saette come non mai. Prima si è spezzato, poi si è inchinato fino a toccare con i folti capelli la terra. Questo salice atterrato ha ancora un’anima che pensa.

Nel silenzio verde del mondo vegetale, dove il tempo si distende come linfa tra le radici, nasce un pensiero che non si impone, ma si offre. Le piante hanno un’anima che osserva il mondo da lontano, un pensiero che si intreccia con le foglie, con i rami, che comunica con il battito lento del germoglio.

Non si tratta di dominare, né di spiegare la natura delle piante, si tratta di incontrare, di lasciarsi toccare da ciò che cresce senza clamore, da ciò che vive senza chiedere. Le piante non sono oggetti da conoscere, ma presenze da accogliere. E ogni incontro è danza – a volte sbilenca, mai del tutto simmetrica – ma sempre viva.

Negare questa danza, rifiutare lo scambio, significa chiudere la porta al mistero. Significa spezzare il filo che ci lega al respiro della terra. La ragione, quando si fa unica voce, tende a pietrificare ciò che tocca. E l’essere umano, quando si crede solo e separato dalla natura, costruisce abissi dove prima c’erano ponti. Si rischia la deriva, il distacco dagli altri viventi come un continente perduto.

Ma le piante ci chiamano ancora. Non con parole, ma con gesti silenziosi: un ramo che si piega, una foglia che si apre, una radice che cerca la profondità. E se impariamo a pensare come loro – non al sopra di esse, usandole per fare oggetti, ma standogli accanto, forse ritroveremo il senso dell’essere che ci unisce.

Nel rumore impercettibile che avvolge il mondo vegetale, si cela un pensiero che non ha voce, ma che pulsa in ogni foglia, in ogni radice che si allunga verso l’umido ventre della terra. Pensare come le piante non significa dominarle con concetti astratti, ma lasciarsi attraversare da ciò che esse sono: presenza, respiro, crescita silenziosa.

Per incontrare davvero le piante – non come oggetti muti, ma come presenze vive – dobbiamo accettare una possibilità audace: che in ogni foglia, in ogni radice, abiti una forma di soggettività distinta, silenziosa ma reale. Non una coscienza simile alla nostra, non un riflesso antropomorfo, ma un modo altro di essere nel mondo, un modo che ci sfiora più spesso di quanto crediamo.


Le piante non condividono il nostro orizzonte umano, non abitano il nostro spazio vitale, ma hanno una loro maniera di dimorare sulla terra: una maniera che non si impone, ma si intreccia, che non parla, ma risuona. Esse accedono al mondo, lo influenzano e ne sono influenzate, secondo ritmi che non ci appartengono, ma che ci riguardano.


Pensarle come soggetti significa aprirsi a un’etica dell’ascolto, all’essenza dell’incontro. Significa riconoscere che la vita non è una forza unica che ci attraversa indistintamente, ma una costellazione di modi di essere, ciascuno con la propria voce, il proprio tempo, il proprio respiro. E allora, forse, il salice spezzato dal fulmine non è solo un albero ferito, ma un interlocutore che ci invita a ripensare il senso dell’essere. Non come dominio, ma come relazione. Non come sapere, ma come cura.

Il pensiero vegetale non si impone, non argomenta, non divide. Si offre, si intreccia, si espande. E l’incontro con una pianta non è mai neutro: è relazione, è scambio, è movimento vitale. Anche quando la simmetria manca, anche quando il linguaggio è altro, l’interazione è reale. Negarla significa chiudere le porte al mistero, rinunciare alla possibilità di comprendere ciò che vive fuori dai confini dell’umano.
La ragione oggettivizza, seziona, classifica. E l’essere umano, quando si proclama centro esclusivo dell’esistenza, costruisce abissi che nessun ponte può coprire.


Il salice spezzato dal fulmine è simbolo di ciò che accade quando la potenza celeste incontra la fragilità terrestre. È il corpo di un dio che ha lasciato il segno, il messaggio, la ferita. E in quella frattura si apre uno spazio nuovo: non più oggetto da osservare, ma soggetto da ascoltare.

Nel cuore della notte, quando le stelle si nascondono e il cielo si fa tempio d’ira, un fulmine — figlio di Zeus — ha colpito il salice, l’albero che piange senza voce. Non è stato un caso, né un errore: è stato un atto sacro, un duello tra cielo e terra, tra potenza e fragilità. Il salice non è solo un albero. È creatura antica, nata dal pianto di una ninfa abbandonata, cresciuta sulle rive dove gli dèi si specchiano. Le sue fronde pendono come capelli di Persefone, e il suo tronco custodisce segreti che solo il vento osa sussurrare. Nel mito celtico, il salice è l’albero della luna, della femminilità, della guarigione. È ponte tra i mondi, tra ciò che è visibile e ciò che si sogna. Quando lo si spezza, si interrompe un canto.

Il fulmine non è solo energia. È parola divina, è giudizio, è rivelazione. Quando colpisce, lo fa per dire qualcosa. E quel salice, forse, aveva custodito troppo dolore, troppe lacrime non versate.

Come nel mito di Fetonte, che osò guidare il carro del sole, il salice ha ricevuto la punizione per un ardire che non conosciamo. O forse è stato scelto per diventare altro: da albero a reliquia, da vita a leggenda.

Ma la mitologia insegna che nulla muore davvero. Dal tronco spezzato nasceranno germogli. Le radici, ancora vive, parleranno alla terra. E il salice tornerà a cantare, anche se con voce diversa. Chi passerà accanto a quel legno bruciato sentirà qualcosa. Un fremito, un richiamo. Perché gli alberi, come gli dèi, non dimenticano. Gli alberi crescono sia verso l’alto che verso il basso, sono simbolo di vita e di conoscenza, stanno tra Cielo e Terra e pensano in silenzio.

Grazie Gian Luigi, mi hai commossa e toccato l’anima; un grande dono.
E la mente e il cuore riflettono. Inizia, ancora, una nuova vita, qui.
Mariella

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