Afrodite, Diva dei fiori, Diva

degl’inganni, figlia di Zeus, ti prego.

non fiaccare con amarezze e inganni

questo mio cuore

(Saffo, da Ad Afrodite)

Nel 1901, quando viene assegnato il primo Nobel per la Letteratura, la poesia europea è ancora un territorio largamente maschile. Ci vogliono più di quarant’anni perché una donna poeta salga su quel palco. Gabriela Mistral, cilena, ci sale nel 1945. Da allora, le scrittrici premiate sono cresciute (18 donne su oltre 120 premiati) ma le poetesse in senso stretto restano pochissime. Proprio per questo, ripercorrere le loro voci significa attraversare non solo un canone letterario, ma un archivio globale di dolore, maternità, esilio e resistenza.

Se si guarda alla storia del Nobel, colpisce innanzitutto la disparità dei numeri tra uomini e donne. Appena 18 premi alla letteratura femminile in più di un secolo, con un’accelerazione solo negli ultimi decenni. Il resto sono maschi. All’interno di questo gruppo ristretto, le figure riconosciute principalmente come poetesse – non romanziere o drammaturghe – sono ancora meno. Tra le più unanimemente considerate come tali troviamo Gabriela Mistral, Nelly Sachs, Wisława Szymborska e Louise Glück.

Non si tratta solo di una disparità numerica. È anche una questione di legittimazione del genere poetico in sé, spesso meno premiato della narrativa, e quindi di doppi ostacoli per le donne. Entrare nel canone della poesia e, al tempo stesso, essere riconosciute da un’istituzione tradizionalmente lenta nel registrare i cambiamenti non è una cosa semplice. Nel percorso che va da Mistral a Glück, la poesia scritta da donne si muove dalle campagne latinoamericane alle camere d’infanzia della middle class americana, passando per i campi di sterminio e le piazze del socialismo reale.

Gabriela Mistral (1889—1957)

La madre ferita dell’America Latina

Procedo magra di nebbia
ma porto con me comunque
le fattezze del mio viso,
ciò che il peso ha devastato,
intatta la volontà
ma il volto mezzo cieco
e rispondo al nome mio
sebbene io non sia più quella.

da Sillabe di fuoco (Bompiani, 2020), trad. it. M. Lefèvre

Gabriela Mistral (pseudonimo di Lucila Godoy Alcayaga) è nel 1945 la prima donna latinoamericana a ricevere il Nobel per la Letteratura. La motivazione premia “la sua lirica ispirata da forti emozioni, che ha fatto del suo nome un simbolo delle aspirazioni idealiste del mondo latinoamericano”. Ma dietro la formula ufficiale c’è una voce spigolosa, meno accomodante di quanto la mitologia scolastica abbia spesso fatto credere.

Insegnante rurale, autodidatta, segnata dal suicidio del grande amore giovanile, Mistral costruisce una poesia che tiene insieme maternità e perdita, infanzia e violenza, religiosità e tensione sociale. Nei suoi versi, il corpo femminile non è mai semplice ornamento. È luogo di vulnerabilità e di forza, di desiderio e di cura, spesso inscritto in paesaggi andini duri, assolati, lontani dal pittoresco. Per molte lettrici latinoamericane, Mistral ha rappresentato la prova che una donna poteva parlare non solo delle emozioni, ma a nome di un continente.

Nelly Sachs (1891-1970)

La lingua dopo la catastrofe

Se soltanto sapessi
cosa hai guardato sul punto di morire:
un sasso, che aveva già bevuto
molti sguardi estremi, un cieco sasso
meta di altri sguardi ciechi?

da “Nelly Sachs – Poesie” (Einaudi, 1971, traduzione di Ida Porena).

Vent’anni dopo, nel 1966, il Nobel viene assegnato a Nelly Sachs, ebrea tedesca fuggita in Svezia nel 1940 per scampare alla persecuzione nazista. Condivide il premio con lo scrittore israeliano Shmuel Yosef Agnon. Lei viene celebrata “per la sua eccezionale scrittura lirica e drammatica, che interpreta il destino di Israele con forza commovente”.

La poesia di Sachs nasce letteralmente dall’esilio e dall’orrore. La sua è una lingua che balbetta fra cenere e stelle, fra il ricordo dei campi e la ricerca di un nuovo rapporto con il divino. I suoi testi corti, scheggiati, spesso prossimi all’invocazione, cercano un lessico possibile dopo Auschwitz, in cui la tradizione biblica viene frantumata e ricomposta in immagini di luce e polvere. Se Mistral aveva dato forma al lutto personale e collettivo dell’America rurale, Sachs lavora sul lutto assoluto, su quella che appare come la fine stessa della possibilità di cantare.

La sua presenza nel pantheon Nobel è particolarmente significativa perché mostra come la poesia possa diventare spazio di elaborazione della memoria storica, non meno della storiografia o del romanzo. Con Sachs, il premio riconosce che la lirica non è un genere minore, ma uno strumento radicale di testimonianza.

Wisława Szymborska (1923-2012)

L’ironia come filosofia minima

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

da Ogni caso (Milano, Scheiwiller 2009).

Con Wisława Szymborska, Nobel 1996, la poesia entra nel XXI secolo con una leggerezza solo apparente. La motivazione parla di “una poesia che con ironica precisione consente al contesto storico e biologico di emergere nei frammenti di realtà umana”. È una formula che coglie perfettamente il cuore del suo lavoro. Szymborska parte da episodi minuscoli – un cucchiaino, una cipolla, una fotografia – per aprire voragini metafisiche e politiche.

Vissuta nella Polonia del socialismo reale, la poetessa attraversa la stagione del realismo socialista e se ne distacca, sviluppando una voce riconoscibilissima. Il tono è colloquiale, l’humour sottile, domande filosofiche sono infilate nei luoghi più banali della vita quotidiana. La sua ironia non è cinismo, ma metodo conoscitivo. Un modo per guardare al mondo con stupore, senza rinunciare alla consapevolezza storica. In molte sue poesie, la macro‑storia – guerre, totalitarismi, ideologie – appare in filigrana dietro dettagli insignificanti, come se la poesia fosse un microscopio portatile da usare sulla realtà.

Szymborska ha avuto un impatto enorme sul pubblico internazionale, anche non specialistico. Le sue poesie circolano spesso isolate, citate in matrimoni, funerali, social network. Il Nobel ha reso visibile una scrittura che dimostra come la poesia possa essere al tempo stesso accessibile e complessa, popolare e filosofica, senza scadere in semplificazioni.

Louise Glück (1943-2023)

L’intimo che diventa mito

Nessuna disperazione è come la mia disperazione…

Non avete luogo in questo giardino
di pensare cose simili, producendo
i fastidiosi segni esterni; l’uomo
che diserba cocciuto tutta una foresta, la donna che zoppica, rifiutando di cambiar vestito
o lavarsi i capelli.

da Iris Selvatico (Giano, 2003)

L’ultima grande poeta a ricevere il Nobel è, finora, Louise Glück, premiata nel 2020. L’Accademia la definisce “una voce poetica inconfondibile, che con severa bellezza rende universale l’esistenza individuale”. Americana, segnata da disturbi alimentari in gioventù e da una lunga analisi psicoanalitica, Glück fa della propria biografia – famiglia, amori, traumi – il materiale di un’opera chirurgica.

La sua poesia è spesso ambientata nei luoghi più ordinari dell’America suburbana – cucine, giardini, case – ma li attraversano figure mitologiche (Persefone, Euridice) e archetipi biblici. Il privato diventa allegoria, l’io diventa campo di prova di una coscienza collettiva. A differenza di Szymborska, Glück rinuncia quasi del tutto all’ironia. La sua lingua è scarna, analitica, a tratti spietata. Proprio per questo molti lettori vi riconoscono una rara onestà intima nel raccontare il lutto, il desiderio, la fragilità dei legami.

Con Glück, il Nobel riconosce una forma di poesia che lavora ai margini tra lirica confessionale, psicoanalisi e riscrittura del mito: un’altra prova che le voci poetiche femminili hanno spesso portato nel canone un io meno eroico e più problematico, ma non per questo meno universale.

Ci sono altre due donne premiate con il Nobel per la letteratura soprattutto come narratrici con una forte componente poetica più che come poetesse in senso stretto.

Herta Müller (1953)

La poesia nella prosa del terrore

Herta Müller, Nobel 2009, nasce come autrice di racconti e romanzi, ma la sua scrittura è densamente poetica, fatta di immagini taglienti, ellissi, metafore ossessive. L’Accademia la premia “per la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa nel descrivere il paesaggio dei diseredati”. Nei suoi testi sull’oppressione nella Romania di Ceausescu, il linguaggio è continuamente deformato, spezzato, come se la prosa si incrinasse a diventare versi. In questo senso Müller rappresenta bene quella zona ibrida in cui la frontiera tra narrativa e poesia si fa porosa. Non scrive raccolte liriche in senso tradizionale, ma usa la densità poetica per raccontare il trauma, l’esilio, la sorveglianza.

Olga Tokarczuk (1962)

Un immaginario corale e lirico

Anche Olga Tokarczuk, Nobel 2018, è ufficialmente premiata per la narrativa – “per una immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta il superare dei confini come forma di vita”. Tuttavia, la sua scrittura ha una forte componente corale e visionaria che molte letture hanno definito “poetica”. Il modo in cui intreccia miti, fiabe, micro‑storie, animali e paesaggi, ha una qualità ritmica e simbolica che si avvicina alla poesia epica o al poema in prosa. Nel Nobel contemporaneo, la poesia non abita più solo nel genere “poesia”, ma invade la prosa, contaminando i confini tradizionali.

Guardando questa galleria di poetesse Nobel, è facile farsi prendere da un certo ottimismo. L’America Latina, l’Europa devastata dalla guerra, l’Est socialista, l’America contemporanea – tutto sembra rappresentato. Eppure, basta scorrere l’elenco per vedere chi non c’è. Nessuna grande poetessa russa del Novecento, nessuna voce africana o araba premiata innanzitutto come poetessa.

La geografia del Nobel resta sbilanciata verso Europa e Nord America. Il genere poetico, pur riconosciuto, è meno premiato della narrativa. Le donne, seppure più presenti, restano minoranza. In questo senso, parlare delle poetesse Nobel significa anche parlare di assenze, di lacune di uno sguardo che ha impiegato decenni a includere certi soggetti e certe lingue.

Al di là delle statistiche, le poetesse che hanno attraversato Stoccolma hanno qualcosa in comune. Usano la poesia come dispositivo di relazione fra l’io e la storia. Mistral lo fa con la maternità e il paesaggio andino; Sachs con l’esperienza estrema della Shoah; Szymborska con l’ironia filosofica applicata al quotidiano; Glück con la radiografia dei legami familiari e dei miti che ancora ci abitano.

Leggerle oggi significa accedere a quattro modi diversi di abitare il mondo da una prospettiva femminile che non è mai puramente privata. È sempre intrecciata a questioni di lingua, di potere, di memoria collettiva. In un’epoca in cui la parola “poesia” viene spesso relegata a nicchia, queste autrici ricordano che la poesia può ancora essere luogo di grande politica, nel senso più alto: là dove si ridefinisce chi ha il diritto di parlare, di ricordare, di immaginare.

Il Nobel a donne poeta non è un feticcio, ma una porta d’ingresso a maggiori livelli di consapevolezza. Un lettore che parta da una poesia di Mistral o di Szymborska perché “hanno vinto il Nobel” finirà facilmente in territori ben più vasti. Quelli dove la letteratura non è un premio, ma una forma di vita.

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