Milanese di nascita e viareggina d’adozione, Mariagrazia Berti appartiene a quella specie di musicisti per i quali esecuzione, composizione e invenzione estemporanea non sono competenze distinte ma tre momenti di un unico atto d’ascolto. Nei suoi concerti suona improvvisando e componendo al momento. Il pianoforte, lontano dall’essere macchina percussiva o repertorio di formule virtuosistiche, funziona come un laboratorio in cui l’idea si prova, si ascolta, si corregge e infine si fissa. Ne discende una scrittura che nasce dal contatto fisico con la tastiera prima ancora che dalla carta pentagrammata. Per questo affida al tocco, al respiro della frase, alla qualità del suono ciò che altre estetiche affidano alla costruzione sistematica. La difficoltà tecnica, quando affiora, non è mai il soggetto del discorso, ma un mezzo posto al servizio di un bisogno espressivo.

Mariagrazia Berti al piano nella Galleria Poliàs-Arte di Mariella Poli a Pietrasanta. Foto di Patricia Menardo

Il contesto in cui questa pratica si colloca non è casuale. La SIMC – Società Italiana Musica Contemporanea, fondata nel 1923 da Alfredo Casella per promuovere e diffondere la musica del proprio tempo, rappresenta una tradizione istituzionale in cui la creazione contemporanea ha cercato a lungo di definire i propri confini tra ricerca e comunicazione, tra rottura delle forme e continuità con la tradizione. È dentro questo discorso, più che nel perimetro di una carriera pianistica che propone pagine proprie, che Berti va ascoltata. Va letta però con una cautela: il suo «contemporaneo» non ha proclami e non si misura sulla radicalità del linguaggio né sul gesto di rottura. Propone una modernità dell’intensità più che dell’innovazione formale, dell’ascolto interiore più che della teoria compositiva. Dove una parte considerevole della produzione novecentesca ha privilegiato la struttura, il sistema, il materialismo sonoro, Berti recupera la dimensione del canto interiore, e lo fa come scelta di campo e non come ritorno, nella convinzione che anche la musica del presente possa avere un tono e una voce riconoscibili. Il suo lirismo si innesta così sulla linea del pianismo romantico che ha insegnato allo strumento a farsi confessione, senza ereditarne il repertorio retorico. Non il grande gesto ottocentesco, non la cadenza trionfale, non la melodia che si impone per evidenza, ma si privilegiano frammenti, cellule che si aprono e si richiudono, armonie che avanzano per suggestione più che per sviluppo.

Il nodo critico decisivo sta nel modo in cui questa scrittura organizza il tempo. Il discorso musicale procede per affioramenti. Le idee non si impongono, ma emergono e, come nella memoria, nulla viene detto una volta per tutte. Le figure tornano, si trasformano, si spengono. La ripetizione assume allora il valore di forma della rimembranza e non di riempitivo, la pausa quello di luogo in cui il suono continua a risuonare nell’ascoltatore. È una poetica che ha i propri rischi, e vale la pena nominarli. Un tempo che procede per affioramento può smarrire la necessità del proprio disegno. Il criterio con cui giudicarla non sarà quindi la presenza del frammento o del silenzio, ma la loro necessità, cioè la capacità di ciascun ritorno e di ciascuna sospensione di modificare ciò che li precede e ciò che li segue.

Occorre inoltre precisare il senso stesso del termine «lirico». Il lirismo non coincide con il sentimentalismo né con il ricorso facile alla melodia. È un modo di porsi davanti al suono, la convinzione che la musica possa ancora custodire un’esperienza soggettiva senza ridurla a concetto o a procedura. Questa poetica trova una formulazione quasi programmatica in Ritratti Sonori, per pianoforte e orchestra, registrata nel 2026, e visibile su Youtube. Il testo che accompagna il video parla di «pochi scatti, istanti fermati nel tempo, capitoli silenziosi che raccontano una vita. La musica è nell’anima e ogni nota rintocca come un orologio senza tempo». Più che a una didascalia poetica, le parole rimandano a una chiave di lettura, perché l’immagine dell’orologio senza tempo nomina esattamente il paradosso di una musica che scandisce senza misurare. Mariagrazia Berti ha un rapporto speciale con la critica musicale Lisa Domenici che ha scritto testi di accompagnamento alle sue composizioni, inclusa la cantata Hello Maria, dedicata a Nannerl Mozart, commissionata dalla SIMC.
Il titolo Ritratti Sonori va preso sul serio. Un ritratto, in pittura, fissa un volto, ne interpreta le sembianze; in musica chi compone non dispone di lineamenti e deve trovare altre vie, un intervallo, un ritmo del respiro, una qualità del suono, un modo di tacere per rendere visibili gli oggetti. Il ritratto sonoro è dunque un paradosso fecondo, perché cerca di rendere presente qualcuno senza mostrarlo, di evocare una vita senza raccontarne i fatti. E tende a rovesciarsi in autoritratto, giacché nel cercare la voce dell’altro la compositrice rivela il proprio modo di ascoltare. Da qui il carattere della sua intimità, che non è evasione privata ma metodo di conoscenza. Il piccolo gesto, la frase breve, la sfumatura armonica diventano strumenti d’indagine su ciò che resta al di sotto della superficie degli eventi, in un lirismo che ha la natura di un diario intimo che cerca la profondità nell’ordinario piuttosto che l’eccesso del sublime.

Una coerenza analoga si coglie nella pittura, che Berti pratica da autodidatta, usando pennarelli acrilici su cartoncino Canson. Non è il centro della sua identità artistica, ma illumina la sensibilità della sua anima. Anche qui il fine non è la riproduzione del visibile – che pure c’è – bensì la resa di una temperatura interiore, e il colore, come il timbro, suggerisce senza descrivere. Timbro e colore sono due modi di dare corpo a ciò che corpo non ha.

In un panorama diviso tra iperconcettualità e ritorno alle formule del passato, la posizione di Berti ha dunque un valore preciso. Non rinuncia al presente ma lo abita con pazienza, non rifiuta la ricerca ma la orienta verso l’ascolto, non rinnega la tradizione ma la attraversa per trovare ciò che può ancora parlare a chi ascolta oggi. Il suo lirismo si configura come forma di resistenza alla fretta, alla spettacolarizzazione, alla riduzione della musica a prodotto o a manifesto. La lezione più interessante è che la musica contemporanea non è tenuta a scegliere tra rigore e sentimento, tra costruzione e canto. Può tentare la via più esposta e fragile, trasformare una vita in suono e una nota in un rintocco che nessun orologio sarà mai capace di misurare.

Alla luna, esecuzione e musica di Mariagrazia Berti. Video di Claudia Pino

Ritratti sonori, esecuzione e musica di Mariagrazia Berti. Video di Paolo Gianni


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