Ancora una mostra sul Liberty, non è possibile!

Questa è stata la mia prima reazione all’annuncio di un’altra mostra dedicata al Liberty, movimento di rinnovamento delle arti che ebbe il suo fulgore fra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900, si sviluppò in tutta Europa e, dopo la grande diffusione, dal secondo dopoguerra fu quasi dimenticato. In Italia soprattutto dagli anni ’60/’70 del ’900 fu addirittura osteggiato dalla critica di allora, che lo considerava uno stile frivolo e borghese, troppo lontano dall’impegno politico che all’epoca si riteneva dovesse alimentare anche l’arte.
Dagli anni ’90 in poi invece il Liberty è stato pian piano riscoperto, amato, venerato e poi abusato. Dici Liberty e la gente accorre; sarà perché la linea Liberty è indubbiamente affascinante e tutto quello che è stato prodotto sia in pittura e scultura che nelle arti applicate è di facile lettura, o forse perché si tratta dello stile che ha dominato la Belle Epoque, epoca ancor oggi affascinante per le scoperte scientifiche, la fiducia nell’avvenire e i grandi cambiamenti a livello sociale, architettonico e anche morale.
La linea Liberty era quella della modernità, delle belle donne, del fascino dell’Oriente da poco noto in Europa, era la luce elettrica dopo le lampade a petrolio, era una linea facile da amare, seguire e assimilare.

Così sono andata comunque a Brescia, sede della mostra. In questi ultimi tempi ci vuole la bellezza per ristorarci l’anima provata da guerre e dolori, e così mi sono detta andiamo, al massimo rivedrò i soliti dipinti, i soliti oggetti. Ma non è stato così: fra dipinti di donne affascinanti, vasi meravigliosi, abiti che vorresti indossare, fotografie originali di attrici e cantanti ed enormi manifesti dove donne alla moda reclamizzano i nuovi grandi magazzini (templi della gioia femminile, dove in un unico luogo si poteva trovare tutto quello che la donna moderna poteva desiderare), ho scoperto una mostra che fondamentalmente costituisce un grande omaggio alla donna e all’archetipo femminile che il Liberty eleva a modello artistico. A ben guardare, in tutte le opere esposte serpeggia quello che molti anni dopo si chiamerà femminismo.

Molte delle opere esposte raffigurano una donna consapevole del proprio essere. Non più solo musa o creatura angelicata, è una donna viva e reale, dallo sguardo “moderno”, che ha capito che il mondo è fuori e la vita non si ferma nel protetto ambiente domestico dove viene relegata ad angelo del focolare. Ora legge, si prepara per sé stessa ed esce da sola, in opere che sono metafora del femminino e simboli di bellezza, ma in nuce anche molto di più. Probabilmente non tutti gli artisti erano consapevoli della forza emanata dalle loro figure, anch’essi inconsapevoli di esser parte, con le loro opere, di un cambiamento lento ma deciso.

Nei manifesti la figura femminile accompagna le varie “reclame” sublimando gli oggetti, dai biscotti alle automobili, dalle acque all’olio e ai grandi magazzini. Accostato all’oggetto il corpo femminile in realtà lo domina; come in molti dipinti esposti, la donna fuma, legge, anche in pose non convenzionali, con lo sguardo diretto verso l’osservatore. Nelle fotografie dive dell’epoca, artiste o semplici donne anonime si presentano in pose fiere, addirittura alla scrivania a scrivere, come in una foto di Mario Nunes Vais.

Certo il mondo Liberty è quello della borghesia e della nobiltà, ben poco si vede della vita delle classi meno agiate; i manifesti che reclamizzano prodotti da signore erano stampati per un’elite culturale ed economica, le donne povere non sapevano leggere e mai si sarebbero sognate poterlo fare.
La figura femminile nelle opere Liberty, che siano dipinti, sculture o grafica, viene spesso accostata alla natura, avvolta da rose e spire vegetali, e particolarmente affascinanti sono i tanti vasi esposti di Galileo Chini, che li realizza nelle sue manifatture ceramiche di Firenze e poi di Borgo San Lorenzo. Proveniente da una collezione privata, ammiriamo un piccolo esercito di vasi dai lustri colorati, sulle cui superfici compaiono fra i fiori profili femminili avvolti da onde sinuose di capelli, corolle di fiori che incorniciano figure muliebri, e pavoni elegantissimi, uno degli animali simbolo dell’epoca.

Seguono dieci meravigliosi abiti forniti di cappelli piumati o fioriti, con ricami incredibili su sete, voilé, pizzi e rasi, ricamati con fili d’oro e argento, con canneté di vetro applicate; spicca un delizioso mantello-kimono, perfetta espressione del riflesso dell’arte giapponese nella nostra moda.

Le stesse raffinatezze sartoriali si ritrovano nei dipinti: nel cappello piumato della signora Levi Muzzani di Mario Reviglione, che ci osserva ipnotica con immensi occhi azzurri, o nello splendido abito della marchesa Edith Oliver Dusmet ritratta da Matteo Vittorio Corcos, uno dei più raffinati interpreti della pittura di quegli anni. O ancora nel ritratto di Nerina Volpi di Misurata, di Ettore Tito, dove la nobildonna ha un atteggiamento ammiccante a cui concorre in gran parte il mazzo di violette appoggiato sul seno e lo sguardo da sotto in su, che sembra un vibrato invito a un incontro galante.

Raffinatissimo è l’abito verde chiaro con ricami floreali indossato dalla morbida signora ritratta di profilo da Giovanni Battista Carpanetto, che si staglia su uno sfondo di carta da parati floreale in una sinfonia di verdi, gialli cromo e bianchi, mentre la bella col grande cappello ritratta da Enrico Lionne ci guarda quasi confusa fra i fiori e lo sfondo, trattati in modo già divisionista.
Insomma, è tutto un piacere per gli occhi questa mostra, che di stanza in stanza tocca la natura, l’intimismo domestico, la fotografia, il cinema, la ceramica, la moda, i manifesti pubblicitari e i tanti ritratti, con opere mai banali e poco esposte.

Curata da Manuel Carrera, Davide Dotti e Anna Villari, è aperta a Brescia a Palazzo Martinengo fino al 14 giugno 2026.

Marcello Dudovich, Manifesto per le confezioni Mele, 1911

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