Seduto al bar Michelangelo in Piazza a Pietrasanta, bevendo una spuma in compagnia dei miei, il 13 settembre, sono stato interpellato da un signore distinto, dopo i primi convenevoli, su M di Antonio Scurati. Il colloquio è stato in inglese e il signore distinto ha detto di essere olandese e di apprezzare molto l’opera letteraria di Scurati su Mussolini, per l’accuratezza storica e il taglio caratteriale che dava alle figure. Gli ho detto che alcuni storici ebbero modo di criticare l’accuratezza del lavoro, ma che molti altri, e moltissimi lettori, lo considerano un capolavoro. Ha chiesto come si chiamava quello che stavamo bevendo. Oltre alla mia spuma, gli altri con me bevevano un camparino. Tra crodino e camparino, insomma, ci siamo chiariti su che cosa sia l’alcol negli aperitivi. Poi mi ha detto che gli piace un sacco la poesia di Gabriele d’Annunzio. Mentre gli dicevo che era soprannominato l’Immaginifico, il signore distinto mi ha detto che era qui perché suo figlio era in mostra alla Futura Art Gallery e che il suo cognome Vermeulen significa qualcosa come mulino. Del figlio ha parlato, così, con semplicità, senza ostentare orgoglio, come invece ci si poteva aspettare.

Philip Vermeulen è un quarantenne artista olandese che da tempo esplora i fondamenti della percezione sensoriale umana. Nelle sue opere combina movimento, luce, suoni, elementi naturali e tecnologia digitale, creando sculture che attraggono e ingannano i sensi dello spettatore. Le opere sono cinetiche e agiscono come catalizzatore fisico/chimico della percezione, cercando di erodere i confini tra mente e materia, creando modi immaginati e nuovi, sfidando le prospettive tradizionali di chi fa arte e di chi la osserva. I suoi lavori presuppongono seri studi di ottica, neuroscienze e tecnologie immersive d’avanguardia. È un artista che gioca col fisico e con la mente, inscenando il rapporto tra corpo e spazio, tra tempo e immagine, un vero e proprio tentativo di farsi un trip senza sostanze psicoattive.
Dopo l’aperitivo in piazza, siamo andati alla Futura Art Gallery, dove abbiamo provato l’esperienza di immergersi nelle luci psicheleliche progettate da Philip Vermeulen, arista che si presta a ricerche in collaborazione con istituzione accademiche sulla luce e la visione.

L’istallazione Chasing the Dot prevede che chi guarda si metta a sedere di fronte a uno schermo (una parete) sul quale viene proiettata una sequenza di luci intermittenti, variabili di colore e tono, abbinate a musica psichedelica. Devi cercare un punto che si muove nello spazio. L’occhio umano, per natura, guarda gli oggetti spostando continuamente il focus, cercando punti che attraggono lo sguardo. Tali movimenti si chiamano saccadici – dal francese antico – e indicano che l’occhio saccheggia quello che vede, ruba cioè un particolare e poi scappa via velocemente verso un’altra parte dell’immagine. La caccia al punto che propone Philip Vermeulen è una sfida visiva che disorienta l’occhio e la psiche, inducendo vibranti sensazioni visive che toccano l’animo di chi guarda. L’effetto è spiazzante, appunto psichedelico, a mimare gli effetti di sostanze allucinogene, tipicamente LSD, mescalina o psilocibina, che alterano temporaneamente la percezione sensoriale e lo stato di coscienza di una persona, provocando distorsioni della realtà, allucinazioni e cambiamenti emotivi.

La trasgressione chimica è un po’ passata di moda, mentre la psichedelia delle luci è diventata una pratica artistica che ha grande successo nelle discoteche o nei teatri dove crea effetti luminosi colorati, intermittenti e spesso in movimento, per produrre atmosfere di festa particolarmente emozionanti.
Io e i miei, mia figlia e mia moglie, ci siamo seduti sulla panca di fronte allo schermo. Ci hanno detto; se avete l’epilessia o siete particolarmente impressionabili evitate di farlo. Una signora ha desistito, noi abbiamo guardato. Le pulsazioni luminose e quelle sonore che le accompagnavano ci sono piaciute, gli occhi pulsavano intensamente. Abbiamo cercato di dare la caccia al punto e l’abbiano seguito nei suoi movimenti nello spazio, abbiamo pensato di sentirci male, ma non è successo. Si consiglia l’esperienza, perché sperimentare con l’arte fa sempre bene.
La mostra alla Futura Art Gallery, alle luci psichedeliche di Philip Vermeulen abbina una serie di sculture luminose della serie You Are Here Too (2024) nelle quali si ritrova l’idea del punto come immagine primaria e sfuggente: un punto in movimento soffuso di luce ricorda la qualità percettiva dei nostri occhi, troppo spesso ingannati da esperienze superficiali.

Le sculture di You Are Here Too sono realizzate con strati di resina poliestere colorata, staticamente infisse al muro, ma animate da una sorgente luminosa singolarmente programmata di modo che ogni opera abbia una propria individualità come organismo, dotato di senso per l’ambiente, producendo un dialogo con chi guarda. L’invito a percepire la luce e i colori è anche un invito a meditare su sé stessi e sull’ambiente che ci circonda. Il punto di luce invita lo spettatore alla concentrazione e a correggere la superficialità dello sguardo.
L’ambiguità tra guardare e vedere (cerca il punto!) è propria del linguaggio, perché i due versi sono intercambiabili. Il paradosso è nell’occhio e nella sua in/capacità di vedere tutto nello stesso tempo e con la stessa attenzione.
La riflessione artistica di Vermeulen, al di là della provocazione psichedelica, è un invito all’esserci, all’essere presenti alle proprie percezioni sensoriali, cercando di vedere tutto ma di tener conto di ogni punto (di vista).

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