di Nausica Chitarroni
I dolci di Carnevale italiani sono una ricca tradizione culinaria, caratterizzata principalmente da fritture golose, profumi intensi di agrumi e un abbondante uso di zucchero a velo. Sebbene molte specialità siano regionali, alcuni dolci sono diffusi in tutta Italia. A volerli assaggiare tutti, pancia mia dovrebbe farsi capanna. E meno male – o come conseguenza – che dopo c’è Quaresima. La regione Marche ha una tradizione di ricette domestiche variata e variabile geograficamente. Vi faccio un racconto degli affetti golosi che coinvolgono generazioni di donne giovani e mature. Massaie che si tramandano di generazione in generazione ricette ed esperienze intime che profumando di famiglia.

Ero a casa di nonno e nonna, stavamo parlando di Carnevale e di quali fossero le ricette dei dolci tipici di questa festività, quando una domanda mi è sorta spontanea: “Ma voi a Carnevale quali dolci mangiavate?” “A casa mia si facevano solo le castagnole” “Sì, ma allora non festeggiavate?” “No, solo a scuola, per chi veniva interrogato e sapeva rispondere, gli si regalava una mascherina per gli occhi. A me quel giorno la maestra aveva chiesto i re di Roma. Il giorno prima non li sapevo, ma il pomeriggio mi sono messa a studiare solo per prendere la mascherina e il giorno dopo quasi la maestra non mi menava perché li avevo imparati.” E nonna se li ricorda ancora, tutti e sette i re di Roma. Allora, ho chiesto quando avessero iniziato a festeggiare il Carnevale e nonna mi ha risposto che la prima volta che si sono mascherati è stato quando Babbo e Zio erano piccoli, all’inizio degli anni ‘70. Il primo costume da Napoleone, nonna lo ha comprato per il figlio maggiore, il mio babbo, a Castelfidardo, in un negozio lungo il corso. Voleva comprarlo anche per mio zio, che all’epoca aveva tre anni, ma non aveva abbastanza soldi. Allora zia, la sorella di Nonna, le ha dato un cappotto vecchio e insieme hanno cucito un costume da Napoleone simile a quello che nonna aveva acquistato. Proprio in quel momento, mentre mi raccontava questa storia, è andata a prendere una foto di babbo e zio mascherati, che ho sempre visto appesa al muro, senza mai sapere quale storia ci fosse dietro. In quel momento, sono affiorati i miei ricordi. Infatti, ogni carnevale io non andavo a comprare un vestito, portavo a nonna una foto o un libro con l’idea e nonna mi cuciva il mio costume a mano con tanto di prove in corso d’opera. Poi io, mia sorella, mia cugina e le mie due nonne andavamo alle feste in un ristorante in zona, dove in compagnia si facevano i balli di gruppo e si mangiavano i dolci tipici.
Ma quindi, questi dolci tipici delle Marche, quali sono?
A casa mia, nonna prepara:
- le castagnole, delle palline fritte che hanno nell’impasto il liquore all’anice, detto anicione o mistrà e che possono essere macchiate con l’Alchermes.
- le chiacchiere (qui da noi, come in Toscana, parlando, si dice chiacchere, senza i, e sono comunque buonissime), sono strisce di sfoglia fritte e condite con zucchero a velo, Alchermes, miele e scorza di limone
- i limoncini, sono piccoli bocconcini di sfoglia fritta, che prima di essere girata su stessa viene cosparsa con zucchero, succo di arancia e/o limone e la scorza d’arancia e/o limone.
- le zeppole, una sorta di bomboloni o a forma di ciambella o ripiene con la crema pasticcera, che vogliono nell’impasto le patate oppure la fecola di patate.

Però, dopo qualche indagine ho capito che non è per tutti così. Mia zia, ad esempio, chiama le chiacchiere sfrappe e i limoncini le tagliatelle dolci. La sua ricetta di quest’ultime risale ai primi anni ’60 ed è stata scritta dalla mamma su un foglietto, dove suo papà aveva segnato il punteggio di alcune partite a carte.
Invece, nell’entroterra marchigiano, a Pollenza, le chiacchiere sono chiamate limoncini.
Dopo un sondaggio su Instagram, da bravo membro della generazione Z, ho scoperto che i limoncini sono il dolce che nelle case marchigiane va per la maggiore. Però, alcune persone differenziano i limoncini e gli arancini, perché nei primi mettono solo la scorza di limone, nei secondi la scorza di arancia e un pochino di limone. Addirittura, c’è qualcuno che i limoncini, invece di friggerli, li cuoce al forno.
Sempre nell’entroterra, o comunque in provincia di Macerata, le castagnole, si chiamano frittelle. Sempre tipici di Macerata e dintorni sono gli scroccafusi, dei dolcetti che prima vanno lessati, poi fritti e anche loro vengono bagnati con l’Alchermes. Infine, alcuni fanno anche la cicerchiata, quella che si fa per Capodanno, ovvero piccole palline d’impasto ricoperte di miele.

Ho voluto chiedere anche a qualche mamma o nonna qualche ricetta, ma dopo diverse consultazioni ho capito che ognuno ha la sua ricetta e il suo modo di fare. Qualche mamma usa le ricette online, altre, invece, spesso per quantificare gli ingredienti usano la regola del “quanto basta”. La mia nonna ha ragione. Ognuno ha la sua ricetta e le proprie tradizioni. Pensate che la ricetta delle chiacchiere di nonna viene da San Martino di Castrozza, perché durante un loro viaggio, i miei nonni si sono imbattuti in una signora che preparava questa delicatezza in un rifugio e la signora è stata così gentile da fornire a mia nonna la ricetta. Molto spesso, soprattutto quando si parla di ricette “casalinghe”, se non si ha la possibilità di guardare qualcuno mentre cucina questi manicaretti, non si riesce bene a capire il procedimento. È vero che, oggi, grazie all’uso di internet è possibile conoscere le ricette di tutti i paesi del mondo, però niente e nessuno batte le ricette della tradizione. E anche se i limoncini del supermercato o quelli di una pasticceria sono buoni, non saranno mai come i limoncini di zia Alessandrina, perché da quando se n’è andata, nessuno li sa fare più come lei.

La foto in copertina è di Adriana Luchetti, Castelfidardo, AN

Comments are closed