Lungomare ad Antignano, 1894, 60×100

Duecento opere per duecento anni

Guida alla mostra

Livorno ha deciso di ricordare i duecento anni dalla nascita di uno dei suoi figli più amati, Giovanni Fattori, con una mostra enorme (monstre come direbbero i francesi), più di duecento opere sparse sui tre piani di Villa Mimbelli, che toccano ogni soggetto e periodo pittorico del grande livornese. Dopo la pittura di storia dei primi anni si passa alla pittura militare, con accampamenti e grandiose battaglie risorgimentali, poveri staffati e morti abbandonati nei campi, e cavalli, tanti cavalli, bradi e solitari, quieti e al galoppo, vivi nel pieno degli scontri e morti accanto ai loro cavalieri. Poi le campagne con contadini, fienaioli e contadine che portano l’acqua, e le mucche, i bovi e le scene dei butteri; completano il tutto qualche raffinato ritratto e alcune belle incisioni.

La villa che ospita la mostra sfoggia tutta l’opulenza di una famiglia che, pur ricchissima, nel 1936 vendette la villa, che fu poi trasformata in un convitto e in seguito abbandonata per anni. Oggi, sapientemente restaurata, conserva ambienti affascinanti come il salone moresco e la sala da ballo; risaltano i trompe-l’oeil sulle pareti, i pavimenti in seminato alla veneziana con delicati intrecci di linee, le porte dorate con gli specchi che ingrandiscono gli spazi e gli enormi lampadari in vetro di murano, e soprattutto la sontuosa scala che sale al piano nobile, con la balaustra sostenuta da un susseguirsi di bianchi putti in ceramica colti in diversi atteggiamenti. 

La mostra si snoda dal piano terra ai due piani superiori della villa. All’ingresso ci accoglie un autoritratto del 1894 in cui Fattori, che ha già 69 anni, si ritrae con l’aria disillusa e i capelli bianchi, lo sguardo bello ma triste. L’artista è in primo piano nel suo atelier, dietro si scorge un dipinto di paesaggio e altre tele accalcate, si intravedono una nuca di donna, un azzurro di cielo. Vestito sobriamente, disinvoltamente elegante con gli abiti che compongono una raffinata sinfonia di gialli smorti, terre di Siena e beige soffusi, ci guarda con il cappello nero (la sua tipica biritullera) che gli fa ombra sul viso. 

Autoritratto, 1894, particolare

Cosa aveva perso in quegli anni Fattori per avere quello sguardo? Molto, aveva perso affetti e mogli, allievi che non avevano continuato nel solco della macchia e del disegno che aveva sostenuto credendovi strenuamente, era rimato deluso dal risultato della III Guerra di Indipendenza, dopo la quale molti degli ideali del Risorgimento erano stati messi da parte per favorire più realistici compromessi politici. 

Oggi questa mostra riporta l’attenzione su un artista che con la rivoluzione della Macchia ha reso grande la pittura italiana del secondo Ottocento.

Il movimento della Macchia, da cui il nome di Macchiaioli dato agli artisti che ne perseguivano le idee, parte da una scoperta coloristica e di luce, che ha rinnovato la pittura italiana come l’impressionismo aveva rinnovato la pittura francese. Entrambi i movimenti professavano una nuova pittura del vero con la scoperta della visione diretta, l’impressione di un momento atmosferico, di un muro toccato dal sole, delle foglie fresche appena nate in primavera o accartocciate alla fine dell’estate, di una figura, di un movimento, visioni di città, di sole e di pioggia. Le tecniche pittoriche erano diverse ma l’intensità della visione e la sincerità erano simili. Certo, gli Impressionisti hanno avuto fortuna ben maggiore dei Macchiaioli.

Ma Fattori com’è diventato Fattori? Certo non è stato un genio precoce: fin quasi a trenta anni non produce molto e non sembra destinato a grandi cose, poi incontra la Macchia e la nuova visione del vero, le teorie portate dalla Francia vengono riviste dalla sua sensibilità e lo cambiano completamente. Così abbandona una ormai stanca pittura di storia e inizia a produrre incantate tavolette con paesaggi e marine, immensi dipinti di soggetto militare che omaggiano il Risorgimento e bellissimi ritratti. Insomma, non si sa come, diventa un grandissimo pittore. Fattori era nato a Livorno nel 1825 da una famiglia modesta, di semplici costumi e grande rigore morale, caratteristiche che trasmisero al figlio. Il padre, dapprima “canapino”, era poi diventato commerciante di canapa, e così Fattori fu avviato al commercio, ma presto in famiglia si accorsero delle sue capacità artistiche e per assecondarle lo mandarono a scuola nell’atelier di Giuseppe Baldini, dove peraltro (come lui stesso ricorda) non si trovava a proprio agio e non vi apprese molto.

 Così a vent’anni decise di trasferirsi a Firenze per frequentare lo studio di Giuseppe Bezzuoli (1784-1855), un bel pittore di storia e ritratti, molto in auge nella borghesia fiorentina. Allo stesso tempo cominciò a frequentare un gruppo di giovani dalle idee progressiste, che si sarebbero poi ritrovati nelle stanze del Caffè Michelangelo. Lasciato lo studio di Bezzuoli passò a studiare all’Accademia, dove peraltro Bezzuoli insegnava. La carriera scolastica di Fattori all’Accademia fu regolare ma non brillante; suoi compagni e amici furono Antonio Puccinelli, Michele Gordigiani, Carlo Ademollo e, fuori dall’ambiente dell’Accademia, Vito d’Ancona. Infervorato dai movimenti rivoluzionari del 1848 cercò di arruolarsi, ma i genitori lo segregarono a Livorno, in una soffitta del quartiere Venezia, da cui poté solo osservare da una finestra ciò che accadeva duranti i moti di quell’anno.

Con il ritorno del Granduca Leopoldo II e delle truppe austriache, che scacciarono il governo provvisorio, Fattori tornò a Firenze e prese a frequentare il Caffè Michelangelo, aperto proprio nel 1848, che divenne da subito ritrovo di artisti e patrioti.

Adriano Cecioni, Interno del Caffè Michelangelo, 1865 ca., caricatura

Fu qui che le teorie naturaliste sviluppate in Francia furono riportate da Serafino De Tivoli, Domenico Morelli e Saverio Altamura, appena ritornati dall’Esposizione Universale di Parigi del 1855, divenendo ben presto il centro delle discussioni artistiche dei frequentatori del caffè. 

Da queste animatissime discussioni nacque la Macchia, una nuova concezione della resa luminosa capace di rendere volumi e lontananze non più col chiaroscuro tradizionale, ma attraverso una delicata giustapposizione di macchie di colore che definiscono la struttura e la sostanza dell’immagine. In quegli anni Fattori si stava cimentando, con esiti interessanti, con una pittura di storia dagli accenti puristi (Elisabetta Regina d’Inghilterra, Maria Stuarda al campo di Crookstone), ma le possibilità della nuova tecnica espressiva lo affascinano, e comincia a sperimentarla, con risultati da subito notevoli, in un momento particolare, quando a Firenze arriva il corpo di spedizione francese condotto da Girolamo Napoleone Bonaparte. Fattori osserva i pittoreschi reparti di zuavi e turchi che entrano in Firenze accolti da ali di popolo festanti, e ferma in rapidi schizzi le immagini dei loro accampamenti sui pratoni delle Cascine, dove i francesi rimasero un mese. Queste impressioni furono poi riportate su piccole tavolette, che costituiscono un punto fermo nella storia della “macchia”; anzi ne rappresentano la nascita vera e propria. Sono piccole tavolette dai colori accesi, freschi, smaltati. 

Tre artiglieri, 1859 ca., 13×10 cm.
Zuavi a Firenze, 1859 ca., 17×26.5, particolare

Questo suo nuovo modo di dipingere trovò nel pittore romano Nino Costa un grande sostenitore, che lo convinse ad abbandonare completamente la pittura di storia per la realtà degli avvenimenti contemporanei; da questo cambiamento nasceranno così, tra le altre cose, gli importantissimi dipinti di grandi dimensioni che raffigurano le grandi battaglie del nostro risorgimento, che daranno gloria a Fattori.

Nel 1859 partecipa infatti con grande successo al concorso bandito da Bettino Ricasoli per dipinti dedicati a personaggi ed episodi militari del Risorgimento, e l’anno seguente il governo provvisorio di Toscana gli commissiona il dipinto La Battaglia di Magenta(Firenze, Galleria d’Arte Moderna, cm 232×348, 1862), purtroppo non in mostra; da qui nasceranno altri capolavori, e la sua “fissazione” per i fatti risorgimentali e la vita dei soldati.

La Battaglia di Magenta, 1862, 232×348 cm (non in mostra)

Dopo aver fissato a lungo negli occhi il suo ritratto entriamo quindi nella grande sala d’apertura della mostra, dove si trova la prima sorpresa, un enorme dipinto storico (cm 204×290) posto nel centro della sala; girandovi attorno dall’altra parte troviamo uno dei suoi dipinti risorgimentali più famosi: Un episodio della battaglia di Montebello del 1859 Carica di Cavalleria a Montebello; il dipinto storico sul lato opposto (1857-59) illustra invece un momento della storia rinascimentale fiorentina, Clarice Strozzi intima a Ippolito e Alessandro de’Medici di partire da Firenze, perfettamente rappresentativo del suo primo periodo pittorico. Da questo dipinto in poi Fattori cambia modo di dipingere, e come illuminato dal nuovo decide di coprire il dipinto di vernice grigia: il tempo della pittura di storia è passato, ora c’è il vero!

Carica di cavalleria a Montebello, 1862, 204×290 cm.

Così volta la tela e nel 1862, dopo aver finito il famoso dipinto che aveva vinto il concorso Ricasoli, la usa come si è detto per dipingere Un episodio della battaglia di Montebello del 1859, il secondo dei suoi tanti capolavori militari dove infuria la battaglia: stoppie, fumo, sangue, feriti, lance spezzate, fucili abbandonati e in lontananza un pacifico paese col suo campanile, che quasi sparisce nel fumo denso alzato dalla guerra. Intorno al dipinto la mostra espone i limpidi disegni preparatori di soldati in vari atteggiamenti, e soprattutto tante piccole tavole dipinte alla fine degli anni ‘50 in cui macchie di colore accostate formano immagini di vita militare, incastri di colori preziosi.

Nei grandi dipinti militari di questo periodo si sente la guerra, con il clangore della battaglia, l’odore del sangue e della polvere da sparo, la concitazione dello scontro e la paura. Anche i dipinti di minor formato fanno rabbrividire, per il soldato staffato e trascinato nella polvere dal suo cavallo terrorizzato, o per quello che giace accanto al suo cavallo morto, e nelle rappresentazioni delle ricognizioni militari nella campagna si avverte un senso di paura e smarrimento: cosa si scoprirà nella macchia lontana o in fondo al campo di grano in cui i soldati sembrano affondare fino a scomparire, come risucchiati dall’insanità della guerra? La morte e il nemico sono sempre in agguato. 

Un episodio della battaglia di San Martino o Assalto alla Madonna della Scoperta, 1868, 175×410 cm.

Con questi dipinti Fattori ha dato vita al nostro Risorgimento, e ce l’ha tramandato rendendo omaggio al sacrificio di chi voleva un’Italia unita e senza sopraffazioni straniere. In tutta la bellezza e la grande varietà di soggetti di questa grande mostra sono proprio i dipinti militari quelli che colpiscono di più. Sarà che ancora dopo quasi 200 anni non abbiamo saputo rinunciare alle guerre: non abbiamo ancora imparato niente, e ancora l’uomo sovrasta l’uomo per il potere e il denaro. 

Nel 1860 Fattori sposa la fidanzata Settimia Vannucci, che aveva conosciuto nel 1854, e nel 1861 si recano assieme sul Campo di Magenta, per vedere da vicino i luoghi della battaglia e dipingerli poi con maggiore veridicità. Purtroppo in quel viaggio si manifestano le prime avvisaglie della malattia polmonare che in pochi anni condurrà la giovane moglie a una morte precoce.

Altri dipinti di quegli anni illustrano altri episodi risorgimentali, molti dei quali esposti in mostra: la Carica di cavalleria a Montebello, del 1862, e il gruppo di studi sugli episodi della battaglia intorno alla Madonna della Scoperta, 1864. 

Proseguendo lungo la mostra all’improvviso ci si trova in Oriente, un Oriente sognato a Livorno nell’incredibile salotto moresco della villa, tutto rossi e blu accesi e ori e stalattiti colorate, non si sa più se guardare i dipinti o perdersi in questa stanza. 

Uscendo a malincuore dal salotto moresco torniamo al nostro Fattori, e saliamo l’incredibile scala che conduce al primo piano, protetta da una balaustra sontuosa costituita da una teoria di grandi putti di ceramica alternati a colonnine decorate a grottesche. Ogni putto è raffigurato in un atteggiamento diverso, e tutti assieme ci accompagnano al secondo piano, dove si susseguono dipinti militari e marini, disegni e paesaggi, qualche bella acquaforte dal segno spezzato e i dipinti degli anni Livornesi e di Castiglioncello.

Con l’aggravarsi della salute della moglie, Fattori da Firenze torna a Livorno, città il cui clima era migliore per la malattia, o almeno così si pensava. Questo ritiro forzato accresce la concentrazione di Fattori sul suo lavoro, che raggiunge alti esiti. L’artista si cimenta nel ritratto e inizia a dipingere la campagna che circonda la città. Dall’osservazione di queste zone liminari nascono scene legate alla natura di ispirazione elegiaca, e le contadine ritratte hanno dignità di postura e di atteggiamenti, e portano l’acqua e il fieno come fossero oggetti preziosi. Si ammirano Le fienaiole, L’erbaiola e la Porta Rossa, dove luce e colore si incastrano rendendo preziosa come un gioiello una porta di stalla toccata dalla luce, e infine le famose Acquaiole, in cui le due figure femminili centrali dividono la stretta tavola, erette e regali come principesse rinascimentali, e una delle due è incoronata dalla brocca.

Acquaiole a Livorno, 1865, 38.5×110.5

Oltre a queste delicate immagini di soggetto campestre, di quegli anni tranquilli trascorsi cercando la cura migliore per l’amata moglie restano diversi paesaggi marini che nella stretta dimensione della tavoletta sembrano esplodere di intensità luminosa e di colore: La punta del Romito, con incastri di azzurri, e I bagni Squarci a Livorno, dove il blu del mare, di un color lapislazzulo incredibile, ci coglie di sorpresa incastonato tra la terra rossa in primo piano e le tamerici sulla destra.

I Bagni Squarci a Livorno, 1866, 9×23 cm.

Fattori raffigura anche la Livorno mondana, con le rotonde sul mare (come la famosissima Rotonda Palmieri, non in mostra) e le eleganti figure con l’ombrellino, e continua a dipingere scene militari e vita giornaliera dei soldati fuori dalle battaglie, come Le vedette, del 1864, quasi sperse mentre osservano lo spazio vuoto della campagnaIn questi anni si dedica anche a una serie di ritratti in cui la psicologia del soggetto è sempre indagata con attenzione e cromatismi raffinati: si ammirano il Ritratto della giovane Augusta Cecchi Siccoli (1866), in cui si avverte  lo sguardo un po’ smarrito  della bambina che si sta trasformando in giovane donna, l’Avvocato Silvestro Buongiovanni, in cui la forza e la determinazione del personaggio risaltano pur nelle piccole dimensioni, e I Fidanzati, del 1861, dove la fanciulla sfoggia un polsino che richiama il tricolore.

Purtroppo, nonostante l’aria di mare e il riposo, Settimia muore nel 1867 a soli trentuno anni, lasciando Fattori affranto. Nell’estate di quell’anno trova rifugio nella tenuta di Castiglioncello di Diego Martelli, scrittore, critico e grande ammiratore dei Macchiaioli, che li sosterrà sempre e con i suoi scritti contribuirà in maniera determinante alla diffusione e allo sviluppo della nuova corrente pittorica.

Martelli già da alcuni anni riuniva in estate alcuni dei pittori che si dichiaravano Macchiaioli (come Odoardo Borrani, Telemaco Signorini Giuseppe Abbati, Michele Tedesco e altri) nella bella tenuta che possedeva davanti al mare e dove trascorreva le estati con la compagna Teresa Fabbrini, e in tal modo si era formato spontaneamente un cenacolo di artisti, poi denominato Scuola di Castiglioncello.

La signora Martelli a Castiglioncello, 1867 ca., 19.5×33

In questo luogo solitario e bellissimo Fattori ritrova un po’ di serenità e inizia a dipingere i grandi bovi bianchi maremmani che ritrarrà in molti dipinti, come i Bovi al carro della Galleria degli Uffizi, dove in un paesaggio dilatato in ampiezza il mare blu, il giallo della terra e delle stoppie, il bianco delle nuvole e dei grandi bovi possenti e il rosso del carro creano un contrasto di colori che esprime tutta la forza della natura. Dipinge anche alcuni ritratti, come quello famoso della compagna di Martelli mentre riposa all’ombra dei pini, ma non abbandona gli amati soggetti militari, e nel 1868 dipinge L’Assalto alla Madonna della Scoperta: la battaglia è lontana, in primo piano lo Stato Maggiore dell’esercito piemontese aspetta notizie e rinforzi, la terra intorno è desolata e segnata da alberi stenti, e anche se non siamo nel pieno del fermento una lugubre aria di morte sovrasta la scena.

Bovi al carro, 1867, 46×108 cm.

Negli anni ’70 la pittura di Fattori si concentra sulla visione della natura, la famosa pittura dei campi che, nata in Francia con Millet e Courbet, fu molto seguita anche in Italia, soprattutto in Toscana, dove oltre a Fattori anche Niccolò Cannicci, Francesco Gioli e Egisto Ferroni ne furono grandi interpreti; la mostra rende loro omaggio ponendo alcuni dei loro dipinti a confronto con quelli di Fattori. Nei dipinti di campagna si coglie la grande empatia che Fattori prova per gli animali e per i lavoratori dei campi, gli umili spaccasassi, le mandriane e le fienaiole.

Nonostante un viaggio a Parigi nel 1875, la pittura impressionista non tocca Fattori, per cui disegno e forma restano sempre la base di ogni lavoro; luce e colore vanno bene ma supportati dal disegno rigoroso e dallo studio della forma, e per questo, quando alcuni dei suoi allievi abbandoneranno questo rigore per lasciarsi prendere dagli effetti solo di luce, Fattori resterà profondamente amareggiato. Solo nel ritratto della Signora Gioli Bartolommei a Fauglia (1875), nella cui villa trascorreva periodi di riposo, si trova una luce quasi impressionista, e questo è forse il suo dipinto più influenzato dal viaggio parigino.

La signora Gioli a Fauglia, 1875 ca, 32×18 cm

In questi anni i dipinti di bovi e cavalli bradi non si contano: in mostra il gruppo di cavalli nella Pastura Maremmana, con lo stralcio di mare blu all’orizzonte, i Tre cavalli bradi in pastura, del 1872, e i Cavalli bradi in Maremma, mentre tra i bovi spiccano quelli recalcitranti del 1875, tirati faticosamente dalla giovane mandriana, e quelli pacifici e ignari della fatica dello spaccapietre alle loro spalle in Viale con lo spacca pietre e bovi. E ancora tantissimi dipinti militari, fra cui L’appello dopo la battaglia, quando al ritorno da uno scontro si contano i vivi, e l’aria mesta del dipinto è accentuata dal cavallo morto in primo piano e dal suo cavaliere sull’attenti, la sella tolta posta accanto al suo compagno. E poi le tante visioni della vita quotidiana dei militari, il riposo, la lettura delle lettere da casa, l’accampamento: Bivacco (1873), La posta militare al campo (1872), Lettera al campo, Cavalleria in avanscoperta.

Maremma, 875 ca., 115x200cm, particolare

Negli anni Ottanta Fattori continua la sua indagine sulla vita dei campi, il cui duro lavoro è messo in risalto da dipinti con tagli innovativi, come l’Aratura del 1882, dove il contadino sembra quasi sorgere dalla terra o affondarvi, mentre spinge l’aratro aiutato dai buoi anch’essi quasi un tutt’uno con la terra, o il più idilliaco l’Abbeveraggio, dove alcune mucche si abbeverano docilmente in un chiaro che si apre in un bosco di betulle. In questo decennio Fattori ritrae ancora cavalli, non solo quelli bradi, ma altri di cui fa veri e propri ritratti, in posa con le loro unicità fisiche, e lo stesso fa con tori e bovi. Raffigura così gli animali sacri a chi fa la vita dei campi, quelli senza i quali il lavoro sarebbe ancora più duro e grave. 

Aratura, 1882 ca., 102×80

Fra il 1881 e il 1883 Fattori, che ha già sessantasette anni, ha una storia d’amore con l’istitutrice tedesca Amalia Nollemberg, che ne ha appena diciannove, conosciuta in casa Gioli; l’unione, durata quasi tre anni, fu molto criticata nell’ambiente fiorentino. Di Amalia resta un bellissimo dipinto che la ritrae in veste di ciociara, uno dei più felici della produzione ritrattistica fattoriana, che in questi anni si arricchisce di altre raffigurazioni femminili di grande intensità, come la Contadina del Gabbro, dall’intenso fazzoletto rosso al collo, o l’accigliatissima ragazza de Lo scialle rosso. Magnifico è il Buttero, forte come una pietra dipinta, vestito con raffinati colori sul fondo marrone, la giacca del colore delle foglie autunnali, la cravatta cremisi, il panciotto azzurro, e lo sguardo diretto e umido che esprime allo stesso tempo forza e malinconia.

Mandrie maremmane, 1893, 200×300 cm.
Ritratto di buttero, 1882/85 ca., 40×30 cm

Nel 1882 è ospite di Tommaso Corsini, e scopre così la Maremma meridionale, ancora più selvaggia della campagna a cui era abituato. Dà inizio alla serie dei butteri, una delle tante che dipingerà nella sua lunga carriera: militari e cavalli, mucche e buoi, butteri, fienaioli e spaccapietre.  

Nello stesso periodo Inizia anche a ritrarre il centro di Firenze, una città che all’epoca ancora si mescola con la campagna: nelle strade accanto a bovi e carri scorre la vita borghese e quella militare, quest’ultima vera ossessione pittorica di Fattori! Nei dipinti Viale Principe Amedeo e Sosta di barrocci lungo il viale Principe Amedeo spiccano i bovi bianchi arrivati dal contado, i carri con le pietre e i cavalli dalle coperte rosse, accanto a soldati, borghesi e balie, mentre la cavalleria arriva in Piazza Santa Maria Novella, tutta di pietre gialle che riprendono le giacche dei soldati. Del 1890 è L’Accampamento, con le belle tende bianche, e poco successivo Manovre militari lungo l’Arno, dove un carro militare avanza lungo le sponde dell’Arno in un’aria sospesa e lattiginosa.

Manovre militari lungo l’Arno, 1880/81 ca., 40×71.5

Nel 1891 Fattori sposa Marianna Bigazzi, con cui aveva una relazione da otto anni; sono anni tranquilli e familiari, anche per l’affetto della figliastra (che raffigurerà in uno dei più bei ritratti della sua carriera, non in mostra), ma sono anche gli anni della delusione per quello che considera il tradimento di Nomellini e altri suoi allievi, che abbandonano la Macchia per aderire a un linguaggio più europeo, fatto più di luce che di forme.

Uno dei capolavori dei primi anni ’90 è Mandrie maremmane una sinfonia di bianchi in cui i grandi bovi maremmani sono portati al pascolo dai butteri; uno di questi incede in primo piano verso di noi, possente e tranquillo come un comandante alla revisione delle sue truppe, mentre il mare della Maremma fa da sfondo a questa grandiosa tela.

Viale Principe Amedeo a Firenze, 1881 ca., 31×60

Anche in quest’ultimo decennio Fattori continua a indagare la vita militare. Uno dei suoi dipinti più poetici è Reclute davanti al mare, del 1895, in cui un piccolo gruppo di soldati in piedi guarda il mare. Alcuni forse pensano che per un bel pezzo non lo rivedranno, mentre altri forse lo vedono per la prima volta, incantati dalle vele bianche e dall’azzurro davanti a loro. 

Gli ultimi anni della vita di Fattori sono molto tristi: nel 1903 muore la seconda moglie, e la figliastra vive ormai in Sudamerica con il marito. Lo sconforto per le ultime vicende del nostro Risorgimento si fa sempre più acuto, e intanto i critici giudicano meno interessante la sua ultima produzione. 

Fattori però non se ne cura, e realizza ancora opere intense, spesso trattate con segno spezzato e colore tirato, mescolando l’olio al carbone e alle matite. I dipinti militari raffigurano tristemente le speranze perdute del Risorgimento; in Hurrà ai valorosi i soldati ritornano dalla campagna della III Guerra d’Indipendenza del 1866, costretti a ritirarsi da battaglie vinte per ragioni politiche (come sintetizzato da Garibaldi quando con il famoso “Obbedisco!” si sottomette alla ragion del Regno). Non è un ritorno festoso, quelli che vediamo sono mesti reduci disillusi, e Fattori esprime così tutta la sua delusione, in un contrasto feroce con lo scintillante dipinto di Nomellini posto lì vicino, in cui Garibaldi a cavallo osserva le sue truppe in un vortice di gialli e rossi sulle note emesse da un giovane trombettiere in primo piano, che ha le fattezze del giovane Lorenzo Viani. Due visioni dello stesso momento storico che più lontane non potrebbero essere.

Hurrah ai valorosi (Guerra del 1866), 1907, 115×180
Plinio Nomellini, Garibaldi, 1907, 198×179

Anche i dipinti di soggetto popolare o campestre si incupiscono: nei Carbonai figure quasi non più umane emergono da un antro nero, mentre nell’Affogato le gambe del morto affiorano dalla palude. Il soggetto di quest’ultimo dipinto fu tratto da un racconto dell’amico Renato Fucini,intitolato Il matto delle giuncaie: dopo una vita di disgrazie e galera per un omicidio fra rivali d’amore, il protagonista si suicida dopo la morte dell’unico essere che amava, il suo cane Moro. Altri dipinti militari raffigurano soldati uccisi, abbandonati nei campi dove solo le bestie selvatiche si avvicinano ai poveri corpi. La guerra è triste, ma nei disegni e nei dipinti di Fattori di questo ultimo periodo è tristissima.

Nel 1905 Fattori sposa Fanny Martinelli, amica della seconda moglie Marianna. Fanny era stata vicinissima a Fattori dopo la morte di Marianna, che anzi glielo aveva affidato prima di morire. Purtroppo anche Fanny morirà presto, il 3 maggio del 1908, e di lei ci resta un bellissimo ritratto in cui alle sue spalle si intravede il dipinto Mandrie maremmane del 1893.

Ritratto della terza moglie, 1905

È l’ennesimo dolore nella vita di Fattori: tre mogli morte, nessun figlio, la figliastra all’altro capo del mondo, l’amato allievo Nomellini che lascia la Macchia per una pittura più moderna, disconoscendo i suoi insegnamenti. 

Fattori muore a Firenze il 30 maggio 1908, dopo aver dato le ultime pennellate al dipinto Capanno e cavallo in riva al mare, assistito dall’allievo Giovanni Malesci che lascerà suo erede universale.

Il muro bianco o In vedetta, 1874 ca.

La mostra termina con un dipinto iconico, Il muro bianco, un grande muro assolato su cui si staglia un cavalleggero, visione prospettica di un’intensità modernissima. Accanto un’immagine emblematica, la foto del Largo del Cisternino dopo i bombardamenti della II Guerra Mondiale. Sola in mezzo alla piazza devastata resta in piedi la statua che la città aveva eretto nel 1925 in onore del suo artista più illustre, rimasta come un faro di speranza: l’arte e la bellezza contro la stupida violenza della guerra.

La mostra Giovanni Fattori, Una rivoluzione in pittura, resterà aperta fino all’11 gennaio al Museo Fattori Villa Mimbelli, Livorno

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