Le api sono sacre a Zeus. Secondo il racconto mitologico, quando Rea partorì il Re degli dei a Creta per sottrarlo al padre Crono (che divorava i propri figli), il neonato venne nascosto nella grotta del monte Ida. Qui fu nutrito non solo dal latte della capra Amaltea, ma anche delle api (Melisse in greco) che dettero da mangiare al dio bambino il proprio miele. Zeus, ben nutrito, crebbe fino a quando non fu abbastanza forte da detronizzare il padre.
Le api producono anche la cera che insieme al miele incarna una dualità sospesa tra vita e morte. Il miele evoca l’immortalità e la divinità; la cera, materia malleabile incerta tra permanenza e decomposizione, è stata utilizzata per conservare la memoria dei defunti, per rappresentare la morte, per creare immagini che sfidano il tempo.

Martino Pasqualigo, Leda e il cigno, circa 1570–1580, cera policroma su metallo dipinto, con perline e pietre colorate applicate., circa 25 × 19 cm.
La cera è una materia viva che le mani degli artisti possono trasformare in statuine e ritratti straordinariamente realistici, capaci di fissare l’ultimo istante di vita di una persona (imagines maiorum). Di cera erano fatti anche gli ex voto anatomici che rappresentavano parti del corpo guarite, sospese tra malattia e salute, tra morte evitata e vita ritrovata. La cera, prodotta da esseri viventi – destinata essa stessa a perire – diventa così il materiale perfetto per esprimere la condizione umana: sospesa tra il desiderio di eternità e la consapevolezza della caducità, tra la bellezza vivente e l’inevitabile disfacimento dei corpi.
L’uso della cera d’api per scopi artistici e rituali risale alle civiltà preistoriche, quando era usata per creare piccoli oggetti votivi e amuleti, grazie alla malleabilità e alla facilità di lavorazione. La ceroplastica, come attività artistica, ha attraversato periodi di maggiore o minore riconoscimento critico, ma ha sempre accompagnato l’umanità come espressione di devozione, memoria e segno di straordinaria abilità tecnica. Il punto di particolare splendore si è avuto nel Rinascimento e durante il periodo barocco.
Nelle mani degli scultori rinascimentali la cera ha dimostrato tutta la sua potenzialità espressiva; molti artisti dell’epoca hanno riprodotto corpi e volti con un realismo estremo e creato immagini destinate a durare nel tempo. L’epoca barocca, maggiormente attenta alla caducità del vivere e allo scorrere inesorabile del tempo, ha rafforzato il simbolismo insito nella cera come materia viva ma deperibile. I suoi caratteri sono stati quindi sfruttati per rappresentare realisticamente non solo i corpi vivi, ma anche dissoluzione e disfacimento dei cadaveri, spesso con effetti inquietanti. Si diffusero pure le rappresentazioni anatomiche, le nature morte, le vanitas che meditavano sulla caducità della vita.
La cera è quindi un paradosso materiale che origina pure un bisticcio lessicale (c’era) che gioca con il tempo. È materia organica deperibile, destinata a sciogliersi, deteriorarsi, scomparire col tempo, eppure con essa sono state create immagini destinate durature e ritratti che aspirano a sfidare le ire di Crono. Nelle sculture imita perfettamente la pelle umana, la barriera che separa l’interno del corpo dal mondo esterno, evoca metaforicamente il confine tra vita e morte.
Il fatto che molte opere ceroplastiche siano andate perdute o disperse, dipende non tanto dall’intrinseca deperibilità e fragilità dei manufatti, quanto dalla scarsa considerazione della critica che a lungo ha escluso tali opere dal novero delle arti maggiori.
Il merito della Galleria degli Uffizi è quindi grande nel presentare per la prima volta un’esposizione interamente dedicata all’arte di modellare la cera, intitolata Cera una volta. I Medici e le arti della ceroplastica. La mostra, inaugurata il 18 dicembre 2025 e visitabile fino al 12 aprile 2026, trova sede negli spazi espositivi recentemente realizzati al piano terreno del museo, allestiti con gusto sapiente e un’intrigante posizione critica. Sono visibili oltre novanta opere in un percorso straordinario, curato per la qualità delle teche, dei testi esplicativi e per la cura delle luci. Le opere – di eccezionale valore – consistono in dipinti, sculture, cammei e pietre dure, molte delle quali tornano nel capoluogo toscano dopo secoli passati altrove. La curatela è di Valentina Conticelli, Andrea Daninos e Simone Verde, che presentano al pubblico le collezioni fiorentine di arte ceroplastica dei secoli XVI e XVII dopo averle sistematizzate e criticamente esplorate. Il loro punto di vista è intrigante e se ne parlerà dopo aver fatto un giro per le stanze della mostra.

La prima stanza accoglie maschere funebri e ritratti scultorei prodotti con la tecnica del calco – non solo di cera – anche a grandezza naturale. Spicca la maschera del volto di Lorenzo de’ Medici del 1492, attribuita a Orsino Benintendi, incorniciata in una tavola dipinta e dorata attribuita a Giovanni Antonio Sogliani, eseguita successivamente, intorno agli anni 1513-1515.
La seconda sezione è dedicata a cere policrome del Cinquecento, come quelle menzionate nella Tribuna degli Uffizi, nel cui inventario figurano autori come Martino Pasqualigo, Giovanni Battista Capocaccia e Costantino de’ Servi, dei quali sono mostrati alcuni lavori. Oltre a una serie di piccoli ritratti, è presente il bellissimo ritrattino in cera di Francesco I de’ Medici, di Pastorino Pastorini, ritenuto da Giorgio Vasari l’inventore della cera policroma, nella cui massa sono inclusi i diversi colori. Nella sezione si rileva la presenza di una nota piccante che riguarda un tema molto presente nella ceroplastica del Cinquecento: la raffigurazione di corpi femminili di bellezze avvenenti – vestite o maliziosamente ignude – collezionate a Firenze anche da Bianca Cappello.

La terza sezione introduce il visitatore a un tema molto diffuso nella ceroplastica dei primi anni del Seicento, quello dei Novissimi. Il termine indicava le cose ultime e ignote a cui l’umanità va incontro: morte, giudizio, inferno e paradiso. Notevole è l’Anima urlante all’Inferno, attribuita a Giulio de’ Grazia. Sono inoltre esposte piccole e stilisticamente preziose sculture in cera policroma che rappresentano i volti tormentati dei dannati tra le fiamme dell’Inferno, quelli della anime del Purgatorio che hanno lo sguardo rivolto al cielo e quelli angelici dei beati ammessi in Paradiso. Queste opere, attribuite a Giovanni Bernardino Azzolino, realizzate con grande maestria tecnica e intensità espressiva, sono tipiche della sensibilità religiosa e artistica del periodo barocco.

La mostra si conclude con una sezione dedicata al più celebre ceroplasta attivo nella seconda metà del Seicento, Gaetano Giulio Zumbo, artista siracusano che operò a Firenze dal 1690 al 1695, in particolare al servizio del Gran Principe Ferdinando de’ Medici.

La sua opera più celebre, La peste, è accostata a un dipinto raffigurante la Testa della Medusa, all’epoca attribuito alla mano di Leonardo. Sono qui riuniti anche due gruppi frammentari raffiguranti il Morbo gallico (sifilide), oggi divisi tra il Museo Mozzi Bardini e quello della Specola. Bellissima e immaginifica è la Scena di stregoneria, conservata alla Pinacoteca Nazionale di Sassari. Impressionante per realismo il rilievo raffigurante la Corruzione dei corpi, acquistato recentemente dalle Gallerie degli Uffizi. L’atmosfera di horror alchemico che queste opere evocano è sostenuta dalla presenza del quadro la Strega di Salvator Rosa, recentemente acquistata dagli Uffizi.

Nel Settecento e Ottocento si diffuse una leggenda secondo cui Salvator Rosa avesse fatto parte di una società segreta o avesse partecipato a riunioni di streghe. Questa immagine ombrosa del pittore-mago fu però largamente costruita dai romantici che lo vedevano come figura bohémien e trasgressiva. La realtà più probabile è che Rosa fosse un intellettuale curioso, satirico e antiaccademico, che incorporava temi oscuri nella sua arte per gusto estetico e posizione filosofica, più che per vera adesione a pratiche esoteriche.

Il bello della mostra, la sua profondità culturale, sta proprio in questo: il percorso è organizzato appositamente come un labirinto – elemento indubbiamente psicanalitico, iniziatico ed esoterico – utilizzato però ironicamente per smontare la concezione che la ceroplastica fosse un’attività di maghi e stregoni, di mummificatori e cultori della morte.

Prima di entrare all’interno del labirinto, i curatori espongono una premessa storica e scientifica che smonta il credo corrente sulla ceroplastica. Si deve al Vasari l’idea che il ritratto rinascimentale – al pari dei busti della tradizione romana – derivasse la propria natura dalla tecnica di rilevare il calco di cera dal volto dei defunti. Tale tesi fu sposata, tra Otto e Novecento, dagli storici dell’arte Aby Warburg e Julius Schlosser, alla ricerca di connessioni filologiche nella costruzione iconografica storica. È molto più probabile – questa la tesi della mostra – che Vasari intendesse nobilitare i lombi dell’arte fiorentina facendola discendere direttamente dai calchi di cera dell’antica Roma. Il ritratto avrebbe quindi un valore ancestrale, mistico e religioso, connesso con la natura ambigua della cera.
Ma i curatori mostrano come la tecnica rinascimentale dei calchi impiegasse la creta e non alla cera e che, invece, l’uso della cera si sia diffuso con lo sviluppo della siderurgia del bronzo, a inizi del XV secolo. Si deve a Lorenzo Ghiberti l’introduzione della tecnica a “cera persa” durante la fattura delle porte del Battistero di Firenze. Dopo di che inizia la riproduzione seriale di busti, statue, oggetti di piccole dimensione e medaglie.

La ceroplastica perde la dimensione legata all’occulto e al pregiudizio di una sua connessione con pratiche magico-rituali primitive o a più moderne concezioni sull’esistenza di un inconscio collettivo europeo, collegato al culto dei morti, alla paura della morte, al desiderio di preservare la memoria dei defunti.
La mostra rende alla ceroplastica la sua piena dignità critica, anche se qualche visitatore può piacevolmente provare una sottile sensazione di inquietudine (il perturbante freudiano) di fronte a oggetti troppo simili all’umano ma non vivi. Le api di Zeus, che hanno nutrito un figlio che ucciderà il padre, in fondo, avevano ragione.

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