Classical Collapse è una mostra curata da Demetrio Paparoni con la collaborazione di Alberto Rocca ed Eike Schmidt. Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli 28 novembre 2025 – 10 marzo 2026 – prorogata al 9 giugno 2026 – Pinacoteca Ambrosiana, Milano 27 novembre 2025 – 10 marzo 2026

L’arte di Nicola Samorì non si lascia guardare con la calma distaccata del riguardo. Essa si impone come un avvenimento visivo, una presenza che irrompe sulla superficie dipinta per smentirla, per strapparla via a se stessa, per restituirne la traccia di un corpo che non vuole più farsi solo immagine. A Napoli, tra le sale di Capodimonte, questa tensione trova una delle sue più alte eppure più tese realizzazioni nella mostra Classical Collapse, un titolo che non è solo dichiarazione programmatica, ma intenzione morale, inno al collasso del tempo, richiamo alla rovina come forma di verità.
Samorì, nato a Forlì nel 1977 e formatosi culturalmente a Bologna, cresciuto nell’ombra elegante e severa della grande pittura italiana, ha costruito negli anni un linguaggio che sembra nascere già nel gesto della sua cancellazione. I suoi volti non si arrendono alla chiarezza delle linee, i suoi corpi non rispettano la misura, i suoi incarnati non si limitano alla finzione della carne. Sono strati di colore che parlano di un’immagine che si sottrae, che si dissolve, che si lascia sfaldare come se la pittura stessa fosse consapevole della propria fragilità storica. La mano di Samorì incide, graffia, scava, cancella. I colori e le forme non sono distrutti, ma rivelati misticamente. La ferita diventa tratto, la distorsione diventa fisionomia, il collasso diventa composizione.

A Capodimonte questa poetica trova un interlocutore niente affatto accomodante. Il museo, con la sua collezione di Pontormo, Parmigianino, Ribera ed El Greco, è un luogo in cui la classicità non è una categoria retorica, ma un peso concreto, una presenza materiale. Non si tratta di citare i maestri, né di misurarsi con loro in un’arena di paragoni. Si tratta di entrare in un dialogo il cui tono è quello di una conversazione molto seria, austera, tra passato e presente, in cui il passato non è mai un argomento da liquidare, ma un viandante lento, ma che non si lascia facilmente superare. La mostra Classical Collapse mette in scena proprio questo dialogo, complicandone la linea con l’introduzione di una ferita ben visibile. La rovina delle forme è la loro stessa continuità.
Nel lavoro di Samorì la classicità non è mai un’iconografia da riprodurre. È un tessuto da ricucire dopo che è stato lacerato, un volto che si è visto troppo a lungo allo specchio. La pittura diventa un luogo in cui la memoria dell’immagine si accumula, si sovrappone, si plasma, si consuma. La sua è arte della sedimentazione, ma anche della sottrazione. In ogni opera si sente il peso di secoli di storia, ma anche il desiderio di farli cadere, di farli scorrere via come una materia che si è fatta troppo pesante per la mano contemporanea. Ed è proprio qui, nel punto in cui la tradizione si fa troppo densa, che Samorì la attraversa con una violenza che non dimentica la pietà, che la tiene insieme proprio mentre la incide.

Capodimonte, luogo nobile e solenne, diventa così il teatro naturale di una pittura che non teme di confrontarsi con la propria storia. La collezione non è un semplice sfondo, ma un coro di voci che Samorì ascolta, rielabora, rimette in discussione. Non è un museo a cui si parla di spalle, ma un interlocutore che cammina al nostro fianco. La presenza dei grandi maestri non sdrammatizza la pittura di Samorì, ma la ravviva, la mette alla prova, la porta a dichiarare, con chiarezza quasi sfrontata, la sua scelta poetica. La pittura non è un atto di rassicurazione, ma un atto di responsabilità visiva. Non deve rassicurare, ma mettere in gioco la propria capacità di resistere alla vanità dell’apparire.

Nel gesto di incisione, nell’abrasione, nella cancellazione, Samorì compie una sorta di archeologia interiore della rappresentazione. Non si tratta di restituire quello che è stato nascosto, ma di mostrare ciò che non è mai stato visto del tutto, ciò che la pittura stessa ha tenuto in disparte, all’ombra della propria perfezione. La sua è una pittura che si interessa a ciò che la superficie non rivela, a ciò che la figura tenta di nascondere, a ciò che la bellezza tenta di rimuovere. La rovina è, quindi, la sua forma più alta e la bellezza non è più l’armonia delle forme, ma la loro capacità di resistere alla propria frattura.
In questo senso, Samorì è un pittore di un tempo paziente. Il suo è il tempo della lentezza, della contemplazione, della riflessione. È un tempo in cui la pittura si svolge come un processo, non come un evento brusco. La mano si posa sulla tela, la pittura si accumula, si cancella, si ripete, si consuma, si rinnova. È un ciclo che si porta dentro il tempo con la serenità di chi sa che dipingere non è una moda, ma una pratica che si sedimenta, si trasforma, si reinventa.

La mostra di Capodimonte, Classical Collapse, è quindi un momento di rottura, ma anche un momento di riconciliazione. La pittura di Samorì non getta il passato nel vuoto, ma lo porta con sé. La classicità non è più un’ombra, ma un interlocutore, un compagno, un testimone. La pittura non è più un’arte della bellezza, ma un’arte della memoria, della ferita, della resistenza. In questo senso, Samorì torna alla pittura con la stessa forza con cui i grandi maestri del passato la hanno inventata, ma la porta in un punto diverso, in cui la bellezza si svela come un’altra forma di rovina.

In Classical Collapse, il classico non è ciò che si è sempre fatto, ma ciò che si è sempre temuto di disfare. Samorì lo disfa, lo ferisce, lo incide, lo porta al punto in cui la pittura non è più un’arte della rappresentazione, ma un’arte della presenza, della carne, della memoria; diventa un luogo in cui il passato si ricorda, si rinnova, si consuma, si rinnova; è il luogo nel quale la bellezza è la memoria della rovina, e la rovina è la memoria della bellezza. Guardare le opere di Samorì negli ampli spazi sotterranei di Capodimonte trasforma chi guarda da consumatore a testimone del tempo e del limite. Le forme classiche collassano in rovine di pungente e inaspettata bellezza, la memoria del passato trapassa il limite che divide ieri e oggi, tempo e spazio, occhio e tela dipinta. La rovina dei materiali rivela la memoria della bellezza classica.

Eike Schmidt, dopo l’esperienza alla guida degli Uffizi di Firenze, è passato alla direzione del Museo e Real Bosco di Capodimonte dal 2024. Attualmente, sta guidando un ampio progetto di rilancio istituzionale e culturale del museo, improntato a una maggior valorizzazione della collezione, a una più incisiva presenza internazionale e a una revisione critica degli spazi espositivi. In questo quadro, la mostra di Nicola Samorì si inserisce come scelta paradigmatica, un confronto serrato tra grande pittura antica e pittura contemporanea, pensato non solo come evento artistico ma come segnale di un museo che si ripensa in relazione al presente.


Le immagini sono tratte dal comunicato stampa sulla mostra Classical Collapse del Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli

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