di Gianni Mari
Ci sono luoghi particolari nei quali incontrare un artista serve a capire meglio il mondo. Uno di questi è la chiesa di San Biagio e Sant’Antonio Abate nel centro storico di Pietrasanta, sede della locale confraternita della Misericordia.
In questo luogo sacro, il 30 maggio scorso, è stata presentata pubblicamente l’installazione di Ester Maria Negretti intitolata La Cena degli Ultimi. Oltre a un pubblico numeroso di amici, artisti, collezionisti e visitatori, erano presenti Maria Assunta Montagna, Governatore della Misericordia – il luogo più adatto per dare senso profondo all’opera – e Alberto Stefano Giovannetti, Sindaco di Pietrasanta che ha patrocinato l’iniziativa.
La presentazione si è svolta come un dialogo critico e significativo tra Mariella Poli, che ha curato l’evento, Gian Luigi Corinto, geografo culturale e l’artista stessa.

All’interno di questo luogo consacrato al culto cattolico, l’installazione La Cena degli Ultimi si confronta con il paradigma dell’Ultima Cena leonardesca senza riprodurne la grammatica iconografica. In questo spazio, l’opera non costituisce più e tanto un’inevitabile presenza visiva, ma si definisce come soglia etica e simbolica. La Chiesa della Misericordia, con la sua vocazione originaria alla cura e all’assistenza, non fa da sfondo all’installazione, ma ne costituisce la condizione di senso. Qui la misericordia non è un concetto da contemplare, ma una postura concreta dello sguardo e del corpo, una disponibilità a riconoscere chi resta ai margini della tavola.
L’impatto visivo è particolare, sembra contraddire il titolo dell’opera.

I materiali usati sono poveri, quasi scarti di una civiltà distratta. Non c’è nessun apostolo, nessuna teatralità del gesto, nessuna costruzione prospettica della narrazione sacra, come nella cena leonardesca o nelle molte altre della tradizione iconografia cattolica. Al loro posto, Negretti ha situato alcune calebasse, delle “zucche vuote”, usate come recipienti e utensili dal popolo del Burkina Faso. La citazione di Leonardo non è quindi formale, ma strutturale e immaginaria. È conservata la composizione spaziale e simbolica ma è ribaltato il registro emotivo. Non conta tanto la rappresentazione di un dramma ma la materialità della relazione, dell’imbandire la tavola per condividere il Corpo di Cristo.

La scelta della calebasse è decisiva. Ogni recipiente proviene dal Burkina Faso, paese la cui denominazione tradizionale – “terra degli uomini integri” – si carica qui di una tensione ulteriore, poiché introduce nello spazio liturgico europeo un oggetto che porta con sé un’altra geografia morale e materiale. Il passaggio non è neutro: ciò che viene da un altrove segnato dalla fragilità, dalla resistenza e dalla precarietà entra nel cuore di un contesto sacrale occidentale e ne incrina la centralità simbolica. In questa migrazione di materia e di senso, l’opera compie un gesto politico sottile ma netto. Decentra l’Occidente e riconsegna dignità a un oggetto umile, quotidiano, antigerarchico.

La forza di La Cena degli Ultimi risiede proprio nella sua capacità di sostituire la figura con l’evocazione. Le calebasse non illustrano gli apostoli, ma ne riattivano le tensioni interiori attraverso differenze di forma, peso, volume e postura. Ciascun contenitore sembra alludere a una qualità umana: il dubbio, la fedeltà, l’impulso, la protezione, l’asimmetria, la caduta, la speranza. L’opera non traduce il racconto evangelico in chiave narrativa; ne estrae invece una costellazione di stati dell’essere, affidando alla materia povera il compito di rendere visibile la complessità del legame umano.

Il centro della composizione non è occupato da una figura eminente, ma da una presenza equilibrata, quasi sospesa, che non impone dominio bensì responsabilità. È qui che l’installazione compie il suo scarto più rilevante: la tavola non è più il luogo dell’addio imminente o del tradimento, ma una mensa possibile, in cui la centralità non coincide con il potere, bensì con l’atto di fare spazio. L’ultimo del titolo non designa soltanto una fine, ma anche una posizione storica e sociale: quella di chi è scostato, escluso, reso invisibile. L’opera restituisce a questa condizione una densità simbolica, trasformandola in principio di ripensamento del convivere.
In questo senso, l’installazione lavora con estrema finezza sul rapporto tra sacro e contemporaneo. Non cerca effetti di attualizzazione superficiale, né ricorre a una denuncia esplicita. Preferisce una strategia più complessa: sottrae, dispone, lascia emergere. Il risultato è un’opera che non si limita a occupare lo spazio ecclesiale, ma lo interroga dall’interno, facendone risuonare la vocazione originaria all’accoglienza. La materia, qui, non è mai solo materia: è traccia di lavoro, memoria di mani, forma del bisogno, grammatica del contenere.


La Cena degli Ultimi si impone così come un lavoro di rara precisione concettuale. La sua forza non risiede nell’enfasi, ma nella misura; non nell’illustrazione del sacro, ma nella sua riapertura critica. L’opera non domanda di essere letta come allegoria compiuta, ma come dispositivo di pensiero: un invito a riconsiderare il centro, a ripensare la tavola, a misurare la distanza che ancora separa il linguaggio della misericordia dalla sua pratica effettiva. In un tempo in cui l’arte rischia spesso di produrre immagini autoreferenziali, Negretti sceglie la via più difficile e più necessaria, quella di affidare il significato alla semplicità di una forma che contiene, accoglie e restituisce.
La città di Pietrasanta è luogo di incontro culturale tra artisti di ogni provenienza, nazionale e internazionale, che qui trovano l’ambiente e le professionalità artistiche, artigiane e commerciali che consentono la piena manifestazione delle loro capacità. Qui, Ester Maria Negretti, sta trovando una sua dimensione artistica e relazionale che respira pienamente l’atmosfera accogliente che la comunità locale concede volentieri.
La Cena degli Ultimi rimarrà allestita nella chiesa della Misericordia fino al 12 luglio 2026, tutti i giorni dalle ore 8 alle 20.
Per approfondimenti e visite guidate, Mariella Poli 340519483.

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