Nella mostra Il dubbio di Sisifo. Forme fluide della ceramica alla Fondazione Arkad di Seravezza, la scultura di Hsu Yunghsu si offre come una lenta geologia della forma, in cui il gesto artigianale dell’artista assume il peso simbolico di un eterno ritorno. Se per Sisifo il masso è condanna, per Hsu è la massa di argilla, continuamente plasmata, assottigliata, manipolata, fino a sfidare i limiti stessi del materiale. In questo corpo a corpo con la terra, il mito non è un repertorio illustrativo ma un dispositivo concettuale. Il «dubbio» evocato dal titolo non riguarda soltanto il destino dell’empio che ha tentato di beffare Zeus, il re dell’Olimpo, ma la possibilità stessa di dare forma duratura all’instabile, di fissare in un equilibrio provvisorio ciò che per sua natura tende a crollare, a sgretolarsi, a ritornare polvere. Il Sisifo di Hsu, insomma, non spinge un unico macigno, moltiplica invece l’esperienza della fatica nel palinsesto di impronte digitali, che producono le torsioni e le stratificazioni che abitano le sue sculture ceramiche.

Che questa sia l’unica tappa italiana di un progetto espositivo itinerante, già presentato a Taiwan, Seul e Van in Turchia, non è un dato puramente logistico, ma un elemento che radica la mostra dentro una trama di attraversamenti culturali e geografici. Arkad stessa, fondata nel 2002 dagli scultori Cynthia Sah e Nicolas Bertoux, nasce come fondazione senza fini di lucro votata all’incontro tra artisti, al sostegno alla scultura contemporanea e alla sperimentazione su materiali – in primis il marmo – che hanno costruito l’identità del territorio apuano. L’ex segheria di marmo a ridosso del Palazzo Mediceo di Seravezza diventa così un’ideale cassa di risonanza per le ceramiche di Hsu, che portano con sé la memoria di una diversa tradizione materiale, quella del Taiwan contemporaneo, e la innestano sul paesaggio lapideo della Versilia.


La natura itinerante del progetto – da Taiwan, città di grandi tradizioni ceramiche, alla Corea del Sud, con il suo forte radicamento nella cultura ceramica, fino alla regione di Van, sospesa tra Asia Minore e Caucaso – costruisce una sorta di mappa delle «fatiche» della forma, in cui ogni tappa rilegge Sisifo attraverso un paesaggio e una storia diversi. In questo senso, il passaggio per Seravezza – luogo emblematico del marmo michelangiolesco – accentua, per contrasto, la fragilità e la vulnerabilità del materiale ceramico, spingendo lo spettatore a misurare la tenacia del gesto di Hsu contro la memoria monumentale della pietra.
Nato nel 1955 a Kaohsiung, nel sud di Taiwan, Hsu Yunghsu arriva alla ceramica relativamente tardi, dopo una formazione come insegnante e una carriera di musicista, noto per la maestria nell’esecuzione del guzheng, la cetra cinese a corde. La sua storia personale è segnata da svolte e ripartenze. Prima un invito, attorno ai trent’anni, a co-fondare un laboratorio di ceramica a Kaohsiung, cui segue un lungo periodo di autoapprendimento, fatto di studio tanto appassionato quanto incessante; poi il ritorno agli studi, all’Istituto di Arti Applicate della Tainan National University of the Arts, dove conseguirà un Master of Fine Arts nel 2007. Lontano da una visione artigianale tradizionale, presto abbandona l’idea della ceramica come utensile funzionale e concentra la propria ricerca sulla modellazione pura, interessato non tanto all’alchimia delle vetrine quanto alla modellazione dell’argilla come corpo vivente ancora in embrione, al controllo della forma cruda e del suo comportamento durante la cottura.
Un aspetto biografico particolarmente rilevante per comprendere la sua opera è il rapporto con il corpo e con il limite. Hsu inizia a lavorare alla ceramica come forma di estensione della vita, quasi nella volontà di estendere l’esistenza dei corpi e di mantenerli sani il più a lungo possibile. La pratica quotidiana, fatta di gesti ripetuti e di una manualità minuziosa – il pizzicare, torcere, assottigliare l’argilla, lasciando visibili le impronte digitali – assume, nella poetica di Hsu Yungshu, la forma di una disciplina estrema. Nello studio di Taiwan, l’artista ha installato alcuni dei più grandi forni dell’Asia, grazie ai quali riesce a realizzare strutture ceramiche estremamente grandi ed estremamente sottili, vere sfide alla gravità. La ceramica sembra anzi perdere la propria fragilità, dopo aver superato il punto di rottura, grazie alla sfida rischiosa che Hsu affronta con le tutte le forze del proprio corpo.
L’analogia tra Sisifo e Hsu si gioca in primo luogo su una concezione della fatica non come semplice destino tragico, ma come procedimento formale. Sisifo spinge il masso su per il pendio, sapendo che ogni volta esso rotolerà di nuovo verso valle. Hsu lavora una massa di argilla che, a ogni nuova pressione delle dita, registra insieme un avanzamento e una perdita, poiché la forma precedente viene irrimediabilmente cancellata o trasformata. Il paradosso di questa ceramica è che il risultato finale – la delicatezza quasi impossibile delle superfici, la trama di pieni e vuoti, la leggerezza di volumi che paiono gusci o membrane di essere marini – è tutt’uno con la ripetizione del gesto, con l’insistenza manuale che l’ha prodotto.


Così come in Albert Camus – nel libro Le mythe de Sisyphe. Essai sur l’absurde, del 1942 – il mito di Sisifo diventa figura dell’uomo contemporaneo che, pur nella consapevolezza dell’assurdo, persevera nell’azione, l’opera di Hsu sembra assumere la ripetizione come unica possibilità di resistenza all’entropia che tutto inghiotte. Ogni scultura è il risultato di un numero incalcolabile di micro-decisioni, di deviazioni minime, di adattamenti al comportamento dell’argilla mentre si secca e mentre cuoce. Un processo in cui controllo e imprevisto coesistono, e in cui la «pena» è anche ciò che rende possibile l’evento della forma. Si potrebbe dire che Sisifo lotta con un masso che non si lascia modellare, mentre Hsu sceglie un materiale infinitamente disponibile a essere trasformato, ma altrettanto pronto a cedere, creparsi, collassare. Nel passaggio dall’informe al fragile-figurale, l’artista sposta il mito dall’ambito del destino imposto a quello della scelta consapevole di un compito senza garanzie.
Le Metamorfosi di Ovidio offrono una chiave ulteriore di lettura per questa mostra. Il poema ovidiano è, per eccellenza, il grande repertorio mitico in cui ogni identità si rivela provvisoria, soggetta a passaggi di stato. Corpi che diventano alberi, rocce, fiumi, costellazioni, in un continuum in cui la forma non è mai definitiva. Le sculture di Hsu, con le loro superfici pulsanti, i volumi che paiono in bilico tra il vegetale, il geologico e l’organico, restituiscono proprio questa idea di una materia in perenne transito. Il loro essere «forme fluide» non contraddice, ma anzi rafforza la loro natura ceramica. La cottura, che dovrebbe stabilizzare, congela piuttosto l’istante di una trasformazione in corso, come una fotografia che trattenga un movimento che in realtà non si è mai concluso.


In Ovidio, la metamorfosi è spesso la risposta violenta a un eccesso – di desiderio, di colpa, di umana superbia – e porta con sé un residuo di sofferenza che la nuova forma non cancella ma incorpora. Allo stesso modo, nelle opere di Hsu, la bellezza delle superfici sottilissime non nasconde il lavorio che le ha prodotte. Viceversa, le impronte, le microlacerazioni, le pieghe diventano l’archivio visibile di un percorso faticoso, quasi un palinsesto di traumi minimi impressi sulla pelle della ceramica. Sisifo, figura dell’ostinazione, e i personaggi ovidiani, figure della trasformazione irreversibile, convergono qui in una scultura che celebra il divenire senza rinunciare alla memoria delle sue prove.
Il viaggio della mostra si conclude finalmente Seravezza per iscrivere l’opera di Hsu in una dinamica di traduzione continua, che riguarda non solo i contesti geografici ma anche gli immaginari mitici. A Taiwan come in Corea, la ceramica è legata a una lunga tradizione di raffinatezza formale e spirituale. In Anatolia orientale, la terra porta con sé memorie di civiltà stratificate, di sismi, di migrazioni. In Toscana, la vicinanza delle cave di Carrara e del sistema mediceo della Versilia evoca il mito del marmo eterno e del monumento. Ogni tappa rilegge il «dubbio di Sisifo» attraverso la propria specifica oscillazione tra effimero e durevole, tra precarietà e monumento, e in questo gioco di specchi la ceramica di Hsu si scopre medium particolarmente adatto a incarnare l’idea di un’arte nomade, resistente proprio in quanto fragile.


Nell’allestimento seravezzino, la presenza della Fondazione Arkad – con la sua vocazione interculturale, i suoi programmi di residenza e l’attenzione alla formazione professionale degli scultori – funziona come cerniera tra la ricerca di Hsu e il tessuto artistico locale. Qui il mito di Sisifo non viene semplicemente citato, ma si «traduce» in una pratica di ospitalità artistica. Così come l’eroe mitologico non smette di ricominciare, Arkad si propone come luogo in cui i processi – più che i risultati – vengono accompagnati, sostenuti, esposti nelle loro fasi intermedie. La mostra, in questo senso, è meno un punto d’arrivo che una tappa di un processo aperto, il cui vero centro è la relazione, mai conclusa, tra mano, materia, spazio e sguardo.
Se volessimo definire in una formula l’esperienza che Il dubbio di Sisifo propone, potremmo parlare di una «poetica del limite», in cui ogni opera è il risultato di una tensione costante tra possibilità e crollo. L’argilla, portata da Hsu a dimensioni e sottigliezze che sembrano negare le sue stesse leggi fisiche, non è qui un materiale docile, ma un partner esigente. Si lascia piegare solo a patto che l’artista accetti l’alea, l’imprevisto, il fallimento come parte integrante del processo. In questa prospettiva, il «dubbio» non è un cedimento della volontà, bensì un metodo. Il dubbio che il masso possa arrivare in cima, che la scultura possa reggere, che la materia non collassi, diventa la forza che spinge a tentare ancora, a ripetere, a correggere, a ripartire.
Nel dialogo ideale con Sisifo, la ceramica di Hsu Yunghsu ci ricorda che la forma non è mai garantita, che ogni equilibrio è provvisorio e che proprio in questa precarietà si gioca, forse, il senso più profondo del fare arte oggi. È in questo gesto infinitamente reiterato – le dita che pizzicano, torcono, assottigliano la massa d’argilla – che la condanna all’incompiutezza si rovescia in possibilità di metamorfosi, e la pena diventa, paradossalmente, libertà. Grande è quindi il merito della Fondazione Arkad di Cyntia Sah e Nicolas Bertoux per avere allestito l’ultima tappa del viaggio di Hsu dall’Oriente fino alla Versilia.






Comments are closed