Nato a Viareggio nel 1960 e diplomato in scultura all’Accademia di Belle Arti di Carrara nel 1982, Maximo Pellegrinetti appartiene a quella generazione di scultori nati in zona che ha fatto della contiguità fisica con il marmo — le cave, i laboratori, gli artigiani di Pietrasanta — non un semplice dato biografico ma una vera e propria scuola di pensiero. L’artista ha cercato di vedere anche altri cieli, più lontani e più ampi, seguendo l’istinto di una calma irrequietezza del fare. Ha lavorato a Parigi (in Francia Massimo è divenuto Maximo) e Milano, città dove è diventato docente di Tecnologia ed uso del marmo, delle pietre e delle pietre dure e poi direttore del Dipartimento di Scultura all’Accademia di Brera.

Portatore di luce, 2015, marmo bianco di Carrara e luce integrata con pannello solare, cm 259x104x93
Nel tempo, Pellegrinetti ha costruito una carriera che si è mossa su due piani, per lui strettamente necessari, del fare e del pensare. È uno scultore che sente e conosce l’interno delle pietre, come un saggio e antico artefice ne percepisce le singole venature e le insegue con l’occhio e le mani. Ci vede paesaggi, colline, cieli, mari e ce li mostra quasi così come sono, o come dovrebbero essere se l’umanità non si spendesse nello scempio (un’ablazione, una censura) di alcune sue parti che lui segna come toppe nere e squadrate. È un intellettuale acuto e moderno che teorizza e insegna quella stessa conoscenza della materia, nelle sue più diverse manifestazioni; nel contempo riflette sul concetto di spazio-tempo e su come quest’idea debba fare parte della cassetta degli attrezzi di uno scultore. È da questa doppia natura che nasce – si immagina facilmente – sia la solidità delle singole opere che l’esuberante eclettismo artistico.

Verso di te, 2025, Breccia e marmo nero del Belgio, cm 33×60

Sottrazioni, 2017, marmo Cipollino e marmo nero del Belgio, cm 293×233
La ricerca di libertà nella scelta del codice stilistico e nell’uso dei materiali gli ha permesso un nomadismo geografico e artistico che lo ha visto presente in simposi internazionali di scultura in Francia, Corea del Sud, Libano, India, Italia. Il suo prestigio internazionale si fonda su committenze pubbliche disseminate per il mondo, con opere in armonia con lo spirito dei luoghi ma che non perdono né coerenza poetica né riconoscibilità di linguaggio.

Sopra sotto e dietro la montagna 1986, marmo bianco dipinto, cm 187x67x30

Luna leopardiana, 1986, marmo bianco dipinto, cm 267x67x28
Pellegrinetti trova una dimensione personale profonda quando lavora con formati e codici più intimi, quando combina materiali distinti, come marmo e onice, intagliati, incisi e talvolta dipinti o retroilluminati da luci a led. In questi casi – veri eventi artistici addensati in uno spazio limitato – la superficie materica smette di essere finitura e diventa pagina su cui inscrivere un codice intimo, dietro la quale si può nascondere un marchingegno elettronico che manifesta l’epifania dell’interazione tra l’opera e l’ambiente, tra scultura e spettatore. L’artificio elettronico-semantico contraddice volutamente la purezza statuaria del marmo, rende l’opera gioiosamente interattiva e la proietta nell’ultramodernità. È in questi lavori “da camera”, meno celebrativi e più speculativi, che si riconosce la mano di chi pensa la materia prima di scolpirla — e non semplicemente di chi possiede l’abilità di scolpire a regola d’arte. Qui, da padrone assoluto della materia e della tecnica, Maximo Pellegrinetti si trasfigura in sperimentatore, in artista visionario e ironico poeta che naviga nello spazio-tempo.

Albero rosso, 2026, resina colorata, cm 184x30x30

Albero dorato, 2026, resina, cm 165x30x30
Lo studio di Maximo Pellegrinetti a Pietrasanta non ha l’aria di un reliquiario della tradizione, né quella spersonalizzata di un atelier puramente concettuale. Al piano terreno uno spazio espositivo con le opere finite. Al piano di sopra, l’abitazione, allestita personalmente e decorata nei particolari, è vissuta in tono familiare ma intensamente visivo, alle pareti i ricordi storici di una lunga carriera. Nel laboratorio, si respira un’aria di convivenza/connivenza tra officina e archivio delle idee. La creatività appare febbrile, la materia pronta a cambiare forma e significato. Maximo lavora in contemporanea a molte opere diverse, coltivando anche in questo il proprio eclettismo artistico. Opere quasi finite o appena abbozzate, scaffali con gli attrezzi, tavoli con schizzi e appunti, frammenti di pensieri pronti a diventare opera finita — come se ogni pezzo di materia rimbalzasse continuamente tra la mente e gli attrezzi per scolpire. Un luogo dove l’anima del secolare saper fare di Pietrasanta è custodito, ma costantemente interrogato, messo alla prova, quasi torturato criticamente. Non è uno spazio statico, né scandito da un solo registro. Si sente la stessa calma irrequieta che attraversa la mente dell’artista, il cui percorso oscilla tra il rigore quasi monastico della tecnica e l’ironia leggera del poeta che gioca con la materia.

Spazio corrotto, 2014, travertino romano, cm 110x72x93
Nell’opera di Pellegrinetti – nel suo conoscere profondamente materiali lapidei diversi da plasmare in forme significative – si rintraccia l’aspirazione a indagare a fondo la relazione tra natura e cultura. Un blocco di marmo che diventa opera d’arte è frutto della volontà di decostruire la realtà così com’è per crearne un’altra di senso diverso. Il mondo degli oggetti quotidiani – una miriade di forme e significati – rischia di diventare invisibile. Il contesto è così consueto rispetto al testo da essere trascurabile e sottovalutato nel suo divenire parte di noi stessi. Gli occhi creativi di Pellegrinetti fanno vedere mondi ignoti ai più, fanno immaginare assetti estetici oggi inesistenti che possono diventare parte del nostro futuro reale. Un artista con l’anima piena trasforma la materia (la Natura) in artefatto culturale, per vederci forme nuove, per dare un contro-movimento estetico alla natura stessa.

Piangere la madre, 2024, marmo bianco Cave Michelangelo, vetro soffiato e ferro, cm 170x90x83

Piangere la madre, particolare
In due opere a cui Pellegrinetti sta lavorando, il dialogo tra natura e cultura, già al centro della sua ricerca, si fa esplicito conflitto strutturale. La Madonna in equilibrio sul cornicione, asta alla mano come un’acrobata da circo, traduce in gesto fisico una tensione che è anzitutto culturale. L’architettura – il cornicione, soglia tra interno e esterno, tra costruito e cielo – diventa il terreno instabile su cui si misura una sacralità che non si eleva più per grazia ma si tiene in equilibrio, conquistato istante per istante con la fatica del corpo. È la cultura, con le sue convenzioni iconografiche secolari, a dover trovare un nuovo accordo con la natura del gesto, con la fisicità elementare del tenersi in piedi. Un’altra scultura, il Cristo, che riprende la torsione e l’abbandono michelangiolesco privandolo della madre che tradizionalmente lo sosteneva, porta questo conflitto a un esito ancora più scoperto. Il corpo, spogliato del sostegno umano e pietoso, viene affidato a un gruppo di bottiglie di vetro soffiato bianco, appositamente progettate e realizzate (oggetti solitamente visti come quotidiano manufatto industriale, prodotto della cultura materiale più anonima) che si sostituisce alla carne nel ruolo di base e di sostegno. Il marmo, materia che la tradizione scultorea ha sempre trattato come natura nobilitata dalla cultura, qui si appoggia paradossalmente a un oggetto fragile. Il sacro non trova più riparo nella natura archetipica del corpo umano, ma in un residuo della civiltà dei consumi. In questo doppio scarto – dall’architettura che dovrebbe accogliere e invece minaccia, dal vetro che dovrebbe rompersi e invece sostiene – Maximo Pellegrinetti rimette in discussione la gerarchia tradizionale tra ciò che è naturale e ciò che è costruito, lasciando che sia proprio l’elemento più artificiale, più manifestamente “cultura”, a farsi carico, fragilmente, del peso della natura morente.

Border Indefinite, 2015, marmo nero Marquinia e neon, cm 146x40x40

Stella primaria, 2005/06, marmo bianco e colore, cm 90x280x150
I titoli delle opere vanno letti come parte integrante della creazione artistica

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